Tutte le estati era la solita storia: mia madre iniziava a preparare i bagagli settimane prima, invitando anche me e mia sorella a farlo prima possibile. Valigie con le cose per il mare, valigie con le mie cose, con quelle di mia sorella, di mio padre, la sua attrezzatura per andare a pescare i ricci, la valigia di mia madre, la borsa con le cose della nostra gatta Titina, il trasportino con lei dentro, la borsa dei miei libri da leggere e rileggere nelle vacanze.

Mio padre caricava la vecchia Delta grigia (che puzzava sempre di benzina) con l’aiuto di mia sorella, che era abbastanza grande per aiutarlo con i “ragni”, quegli uncini elastici che tenevano insieme tutta la roba che aveva sistemato sul tetto apribile dell’auto. Io, invece, ero piccola e dovevo starmene lontano: “non si sa mai che uno dei ragni ti finisca in un occhio”.

Si partiva da Torino e faceva caldo, caldissimo. Niente aria condizionata; si andava avanti con le bottiglie di acqua che mia madre aveva messo in freezer il giorno prima. La gatta, poverina, miagolava terrorizzata per tutto il viaggio; non mangiava, non beveva, non faceva nessun bisogno. La consolavo accarezzandola.

Si arrivava in Puglia e ogni volta tutto era sempre allo stesso posto: il tavolo di legno della cucina, le sedie scomodissime dall’aria tirolese, che non c’entravano niente. L’odore di grandi biscotti del forno vicino a casa, che aveva impregnato gli scaffali. Le ruote di focaccia mangiate in piedi tutti insieme, con foga. Il grande secchio nel quale mio padre rimestava i fichi d’india nell’acqua con un bastone, per togliere tutte le spine. Lo sgabello verde, i miei giochi ereditati dai miei fratelli, il tempo che scorreva lentissimo, la “controra” in cui faceva troppo caldo per fare qualsiasi cosa che non fosse dormire (ma io leggevo o guardavo la tv con mia sorella – eravamo fortunate gli anni in cui c’erano le Olimpiadi).

Quando arrivavamo al paese, mio padre si trasformava: riponeva i panni da libero professionista di Torino e metteva quelli che amava di più, più autentici. Vecchi pantaloni o calzoncini, camicie di lino di colori improbabili. A volte andavamo insieme a fare le commissioni e parlava in dialetto come se non fosse mai andato via dalla sua terra. Mi portava sul Ciao rosso, io in piedi appoggiata al manubrio.

Cucinava bontà, faceva esperimenti, aggiustava e sistemava cose. Ogni tanto con mia sorella scendevamo nella stanza più interessante della casa, la cantina: era piena di vecchie cose che mi incuriosivano, di bottiglie di vino, vestiti, mobili, vecchi giocattoli.

Avevo una grande amica al paese, che ero sempre impaziente di rivedere. Ogni anno era bello ritrovarsi e confrontarsi, vedere un po’ come eravamo cambiate e cresciute e chi era cresciuta di più e come mai. Passavamo insieme dei pomeriggi bellissimi a giocare e a raccontarci cose, nel resto dell’anno ci mandavamo letterine per tenerci aggiornate. A volte uscivamo (al paese mi era concesso uscire da sola fin da piccolina), andavamo a comprare le patatine al bar Mercurio, o a vedere un paio di negozi di giocattoli.

Ogni anno tornare giù era come tornare alle mie origini più vere, e così è stato leggere il libro di Giuseppe Catozzella, E tu splendi. Mi ha catapultato di nuovo nel microcosmo del paese e di quelle estati, ed è stata una scoperta graditissima e molto intensa. Attraverso gli occhi di un bambino, Pietro, vediamo scorrere le vicende di un gruppo di rifugiati scappati dalla propria terra, che al paese di Pietro, in Basilicata, inizialmente non sono accolti per niente bene. Nel frattempo, Pietro, insieme alla sorellina Nina, sta affrontando la prova più dolorosa a cui un bambino possa sottoporsi, dato che la mamma è morta da poco tempo; ma Pietro se la ricorda bene, e continua a parlarle e a cercare segni della sua presenza, in un modo così delicato e coinvolgente che vi verranno le lacrime agli occhi a leggere certe pagine, ma vi verrà anche tanto da ridere in altri passi, perché la sua ingenuità è veramente simpatica e trascinante.

Nel raccontare la Basilicata e il sud Pietro è un novello Carlo Levi, che, come ho detto altre volte, amo particolarmente (tanto di tesi di laurea!): Pietro, che vive a Milano, osserva le cose con occhio esterno, per poi lasciarsi coinvolgere totalmente nelle vicende del piccolo paese di Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”. Si sente tanto l’eco leviano, ma se in Cristo si è fermato a Eboli l’incontro con l’altro era l’Altro lucano, con il suo microcosmo cristallizzato nel tempo, qui l’incontro e scoperta è al quadrato; tra Pietro, ormai milanese, e il paese, e tra lo stesso Pietro e gli stranieri – e ovviamente tra gli stranieri e tutto il paese – tra il mondo contadino tanto caro a Carlo Levi e i “notabili”, spesso corrotti e in mala fede.

Mi trovavo su una spiaggia a Bali quando ho letto E tu splendi, ma in certi momenti, leggendo di Pietro e del suo amico Refé, di Nina e del papà, mi è sembrato di trovarmi in quelle estati afose delle mia infanzia e mi ha fatto piacevolmente ripensare a piccoli dettagli, ricordi ai quali sono particolarmente legata ma che avevo per un attimo accantonato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...