E tu splendi

E tu splendi

Tutte le estati era la solita storia: mia madre iniziava a preparare i bagagli settimane prima, invitando anche me e mia sorella a farlo prima possibile. Valigie con le cose per il mare, valigie con le mie cose, con quelle di mia sorella, di mio padre, la sua attrezzatura per andare a pescare i ricci, la valigia di mia madre, la borsa con le cose della nostra gatta Titina, il trasportino con lei dentro, la borsa dei miei libri da leggere e rileggere nelle vacanze.

Mio padre caricava la vecchia Delta grigia (che puzzava sempre di benzina) con l’aiuto di mia sorella, che era abbastanza grande per aiutarlo con i “ragni”, quegli uncini elastici che tenevano insieme tutta la roba che aveva sistemato sul tetto apribile dell’auto. Io, invece, ero piccola e dovevo starmene lontano: “non si sa mai che uno dei ragni ti finisca in un occhio”.

Si partiva da Torino e faceva caldo, caldissimo. Niente aria condizionata; si andava avanti con le bottiglie di acqua che mia madre aveva messo in freezer il giorno prima. La gatta, poverina, miagolava terrorizzata per tutto il viaggio; non mangiava, non beveva, non faceva nessun bisogno. La consolavo accarezzandola.

Si arrivava in Puglia e ogni volta tutto era sempre allo stesso posto: il tavolo di legno della cucina, le sedie scomodissime dall’aria tirolese, che non c’entravano niente. L’odore di grandi biscotti del forno vicino a casa, che aveva impregnato gli scaffali. Le ruote di focaccia mangiate in piedi tutti insieme, con foga. Il grande secchio nel quale mio padre rimestava i fichi d’india nell’acqua con un bastone, per togliere tutte le spine. Lo sgabello verde, i miei giochi ereditati dai miei fratelli, il tempo che scorreva lentissimo, la “controra” in cui faceva troppo caldo per fare qualsiasi cosa che non fosse dormire (ma io leggevo o guardavo la tv con mia sorella – eravamo fortunate gli anni in cui c’erano le Olimpiadi).

Quando arrivavamo al paese, mio padre si trasformava: riponeva i panni da libero professionista di Torino e metteva quelli che amava di più, più autentici. Vecchi pantaloni o calzoncini, camicie di lino di colori improbabili. A volte andavamo insieme a fare le commissioni e parlava in dialetto come se non fosse mai andato via dalla sua terra. Mi portava sul Ciao rosso, io in piedi appoggiata al manubrio.

Cucinava bontà, faceva esperimenti, aggiustava e sistemava cose. Ogni tanto con mia sorella scendevamo nella stanza più interessante della casa, la cantina: era piena di vecchie cose che mi incuriosivano, di bottiglie di vino, vestiti, mobili, vecchi giocattoli.

Avevo una grande amica al paese, che ero sempre impaziente di rivedere. Ogni anno era bello ritrovarsi e confrontarsi, vedere un po’ come eravamo cambiate e cresciute e chi era cresciuta di più e come mai. Passavamo insieme dei pomeriggi bellissimi a giocare e a raccontarci cose, nel resto dell’anno ci mandavamo letterine per tenerci aggiornate. A volte uscivamo (al paese mi era concesso uscire da sola fin da piccolina), andavamo a comprare le patatine al bar Mercurio, o a vedere un paio di negozi di giocattoli.

Ogni anno tornare giù era come tornare alle mie origini più vere, e così è stato leggere il libro di Giuseppe Catozzella, E tu splendi. Mi ha catapultato di nuovo nel microcosmo del paese e di quelle estati, ed è stata una scoperta graditissima e molto intensa. Attraverso gli occhi di un bambino, Pietro, vediamo scorrere le vicende di un gruppo di rifugiati scappati dalla propria terra, che al paese di Pietro, in Basilicata, inizialmente non sono accolti per niente bene. Nel frattempo, Pietro, insieme alla sorellina Nina, sta affrontando la prova più dolorosa a cui un bambino possa sottoporsi, dato che la mamma è morta da poco tempo; ma Pietro se la ricorda bene, e continua a parlarle e a cercare segni della sua presenza, in un modo così delicato e coinvolgente che vi verranno le lacrime agli occhi a leggere certe pagine, ma vi verrà anche tanto da ridere in altri passi, perché la sua ingenuità è veramente simpatica e trascinante.

Nel raccontare la Basilicata e il sud Pietro è un novello Carlo Levi, che, come ho detto altre volte, amo particolarmente (tanto di tesi di laurea!): Pietro, che vive a Milano, osserva le cose con occhio esterno, per poi lasciarsi coinvolgere totalmente nelle vicende del piccolo paese di Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”. Si sente tanto l’eco leviano, ma se in Cristo si è fermato a Eboli l’incontro con l’altro era l’Altro lucano, con il suo microcosmo cristallizzato nel tempo, qui l’incontro e scoperta è al quadrato; tra Pietro, ormai milanese, e il paese, e tra lo stesso Pietro e gli stranieri – e ovviamente tra gli stranieri e tutto il paese – tra il mondo contadino tanto caro a Carlo Levi e i “notabili”, spesso corrotti e in mala fede.

Mi trovavo su una spiaggia a Bali quando ho letto E tu splendi, ma in certi momenti, leggendo di Pietro e del suo amico Refé, di Nina e del papà, mi è sembrato di trovarmi in quelle estati afose delle mia infanzia e mi ha fatto piacevolmente ripensare a piccoli dettagli, ricordi ai quali sono particolarmente legata ma che avevo per un attimo accantonato.

Maggio, giugno e luglio

Maggio, giugno e luglio

Tutte le volte è la stessa storia: mi riprometto di essere costante, di scrivere qualcosa alla fine di ogni libro, ma poi vengo risucchiata dai pensieri e dagli eventi – e niente, non ce la faccio. È stato un maggio rocambolesco, iniziato con il Salone del Libro e il mio compleanno. Quest’anno non sono riuscita a godermi il Salone come avrei voluto, credo fosse il 15esimo di fila che ho vissuto sognando di essere una famosa editor dell’Einaudi, tra feste e presentazioni con autori che amo; ma niente da fare, quest’anno mi sono sentita più invisibile che mai, più timida che mai – a parte il gran bel giro che ho fatto da Fandango: sapete che da loro lavorano persone che hanno davvero una gran passione e un cuore grande grande?

Varrebbe la pena forse di fare un post a parte su alcune riflessioni su questo mondo di book blogger: a volte apro Instagram e mi sento quasi sopraffatta da tutte queste immagini, dalle pose, dalle challenge di lettura, dalle stories. Mi viene la nausea e chiudo tutto, poi passa qualche giorno e torno lì, a vedere libri, a leggere di libri. Spesso mi chiedo però: e se chiudessi tutto? Ha senso tutto questo? Non riuscendo a darmi risposta, continuo. Si vede che è la cosa giusta da fare, forse.

Ma veniamo a noi. Provo a mettere in ordine i pensieri e a scrivere qualcosa sulle ultime letture. Pronti?

Felici i felici + Babilonia, Yasmina Reza

Yasmina Reza è veramente abilissima a tratteggiare caratteri e situazioni, a far capire tutto anche senza scendere nel dettaglio. Felici i felici è una storia corale sotto forma di racconti: ogni personaggio ci dà la sua personale versione dei fatti, dei sentimenti che prova e di ciò in cui crede. Un affresco anche crudele dei rapporti umani e di coppia.

Babilonia invece è raccontato tutto dall’unico punto di vista della sua stravagante protagonista, una donna sui sessant’anni che inizia la serata organizzando una festa e la termina rendendosi complice di un terribile delitto, ma sempre con una certa leggerezza, con ironia e un sarcasmo che sono il marchio di fabbrica dei personaggi di Yasmina Reza. Molto interessanti entrambi.

Le stelle cadranno tutte insieme, Iacopo Barison

Iacopo Barison è davvero una delle voci più promettenti della scena letteraria italiana delle generazioni più giovani: sono rimasta molto colpita dal suo racconto perché non sembrava nemmeno un libro scritto da un italiano. Stile scorrevole e piacevole, si parte indietro nel tempo e poi si va avanti di dieci anni, come piace a me, come in certi libri americani dal sapore cinematografico.

Tre amici legati da un sogno: diventare famosi nel campo dello spettacolo. Un cane dall’insolito nome Cinemascope, un altro cane che si chiama Quattroterzi, la scuola di cinematografia a Roma. Amore, passione, scoperta e dolore in una storia che racconta i sogni e la fatica a trovare il proprio posto nel mondo che caratterizzano un’intera generazione.

Parlarne tra amici, Sally Rooney

Mi viene difficile parlare di questo libro: l’ho veramente amato tanto, immedesimandomi moltissimo nei suoi personaggi e nelle dinamiche incredibili in cui rimangono avvolti. Frances e Bobbi sono due ragazze poco più che ventenni, sono grandi amiche e in passato hanno avuto una relazione; Frances è timida e si fa molto trascinare dalla personalità esuberante di Bobbi. Una sera conoscono Melissa, scrittrice di successo e moglie di Nick, un attore bello e intelligente. Il gioco delle coppie diventa complicato quando Bobbi si invaghisce di Melissa e ne diventa sempre più dipendente, Frances si innamora di Nick e i due iniziano una relazione, prima clandestina e poi alla luce del sole. Un romanzo sull’amore, sullo scoprire se stessi, sulle autopunizioni che prima o poi tutti noi ci infliggiamo per capire di più come siamo veramente. Un romanzo sul tradimento visto al di fuori dei soliti cliché, sull’amicizia, sul dolore, il racconto della nostra generazione (anche se Frances è più giovane di me, mentre Nick ha la mia età). Da leggere, da divorare, da amare.

Tre camere a Manhattan, Georges Simenon

Un uomo e una donna si incontrano una sera a Manhattan, e tra incertezze e difficoltà imparano a conoscersi e ad amarsi come in un film in bianco e nero degli anni ’50. Una relazione che è un ottovolante emotivo, e noi li spiamo come dal buco della serratura. Molto bello.

Divorare il cielo, Paolo Giordano

Una masseria in Puglia, una ragazzina e tre amici – potrebbe essere una sola estate e invece è una storia che si svolge nell’arco di vent’anni. Un grande amore, quello tra Teresa e Bern, delle grandi amicizie, dei grandi ideali per i quali lottare, a volte sacrificando la vita. Non dico di più, perché è un romanzo bellissimo nel quale è proprio necessario immergersi e da cui restare affascinati (cosa darei per conoscere il carismatico Bern in persona).

La bambina falena, Luca Bertolotti

Una strana bambina di tre anni viene ritrovata in pieno autunno su una spiaggia ligure, zuppa d’acqua e incapace di dire da dove venga. Viene adottata da una famiglia, ma, rimasta orfana dei genitori adottivi, quando compie 23 anni decide di mettersi in cerca delle sue origini. Ripercorre così la strada che l’ha portata al mare quel giorno, imbattendosi in bizzarri osti nostalgici della DDR, ragazzini complottisti, un parcheggio di roulotte e soprattutto, una coppia che ha deciso di vivere lontano da tutto e da tutti. Un po’ difficoltoso all’inizio, ma quando si inizia a capire quali siano le origini di Greta, la protagonista, diventa appassionante e coinvolgente.

Beautiful Music, Michael Zadoorian

Anni ’70, pieno periodo hippy, una famiglia composta da padre, madre e un figlio adolescente pieno di paure, e – diciamocelo – pure un po’ sfigato: nel tempo libero costruisce modellini e ascolta musica con lo stereo del padre; ma è quando la sua vita ha una svolta improvvisa che la musica diventa una vera valvola di sfogo, una consolazione, un’amica che gli salva la vita. Un libro che chiunque sia un vero amante della musica amerà, provando molta invidia per il passaggio in cui il protagonista riesce a vedere Iggy and the Stogees dal vivo (a quei tempi).

La verità che ricordavo

La verità che ricordavo

Era un pomeriggio afoso di luglio. Seduti sulla Punto bianca, Livio ed io stavamo andando da un cliente. La città era già semivuota, percorrevamo velocemente un grande viale dove le macchine sfrecciavano sull’asfalto caldo. Dopo un serrato scambio di consigli letterari, Livio iniziò a raccontarmi del libro che stava scrivendo, al quale stava lavorando da molto tempo: era la storia di Dino, suo padre, accaduta durante la Seconda Guerra Mondiale; era la storia raccontata ne La verità che ricordavo, che in quel momento era ancora un file nascosto del suo Mac. Da quel momento Dino diventò un grande amico per me. E anche Livio.

Questa storia straordinaria incomincia a Narzole, un paese delle Langhe. Dino ha 17 anni e fa il cameriere nell’osteria di famiglia. Un giorno i fascisti vengono a prendere lui e suo fratello, nonostante non fossero ebrei, e li deportano in Germania. Qui Dino ha la grande fortuna di non finire in un campo di concentramento, ma in un Offizierskasino, un circolo ufficiali delle SS, dove lo prendono a lavorare come sguattero di cucina e cameriere.

Tutto sommato Dino se la passa abbastanza bene, e non ha idea di che cosa stia avvenendo nel resto del mondo e nei campi di concentramento. Lo trattano bene, lui è spaventato e ha solo 17 anni. Dentro di sé inizia a farsi strada un dilemma: cosa pensare dei Tedeschi? In più, c’è un fedele “amico” che compare ogni tanto a sparigliare le carte: un “nano incredibilmente alto” che ama stuzzicare Dino e metterlo in difficoltà.

Perché leggere La verità che ricordavo? Perché è uno splendido romanzo di formazione che è accaduto realmente; perché ci offre un punto di vista diverso sulla Storia, perché è scritto molto bene, perché certe cose non si possono dimenticare e non devono esserlo.

Tornati in agenzia, quel giorno mi arrivò una email da Livio, con oggetto “leggere“. In allegato il racconto di Dino. Da quel giorno ho letto e riletto questa storia tantissime volte, in tantissime forme, consigliando, discutendo, infastidendo (qualche volta), complimentandomi (molto spesso). 

Potete scaricare le prime dieci pagine del libro qui. Intanto vi lascio una piccola pillola della gentilezza d’animo di Dino.

Ci proviamo?

Ci proviamo?

L’ultimo post è datato 5 maggio: tanto tempo, troppo tempo.

Se penso alla persona che l’ha scritto, mi sembra contemporaneamente diversissima e uguale ad ora. Incredibile: sono sempre io.

Da quel 5 maggio è successo un po’ di tutto: un nuovo lavoro, salutare tutte quelle persone che condividevano con me la vita quotidiana da anni, conoscerne di nuove, capire come porsi nel migliore dei modi, i meccanismi e le dinamiche di un nuovo ecosistema. Non è una cosa da poco: all’inizio ti sembra di camminare sui cristalli, ti muovi adagio e con cautela. Soprattutto quando l’esperienza che hai avuto prima non è stata super positiva a causa di alcune ingenuità commesse fin da subito.

E così ho un nuovo lavoro: in un posto dove non mi sento più l’ultima degli ultimi, dove faccio quello che mi piace. Soprattutto, la sera vado a dormire serena, la mattina ho sempre sonno (sono pur sempre io), ma mi avvio tranquilla sul mio tram, senza stomaco rivoltato e gambe rigide di ansia. Niente più pianti, niente più travasi di bile per ogni minima cosa.

In tutto questo stravolgimento, in questi mesi sono riuscita a leggere poco e male, spesso saltando da un libro all’altro.

Per tanto tempo ho provato a mettere da un lato i libri per poi farne una recensione. E così nel frattempo c’è stato il Salone del Libro, la presentazione con Alexandra Kleeman alla Libreria Therese, la lettura de L’arminuta, un libro meraviglioso, ho perso sei chili, mi sono messa a dieta e a fare sport, ho fatto un viaggio in Giappone che mi ha preso testa e cuore; ma non sono mai riuscita a trovare un po’ di calma e tranquillità per scriverne. Una cosa è certa però: ogni volta che sono stata felice per un successo, o triste, o stanca, sono entrata in libreria per sentirmi accolta, protetta, completamente a mio agio.

Mi piacerebbe riuscire, finalmente, a parlare di tutte le storie di carta che mi sono passate per le mani in questi mesi: ci proviamo? 

Ecco tutti i titoli che mi sono passati per le mani recentemente; se ne parlerà nei prossimi post 😉

Teorema dell’incompletezza – Valerio Callieri 

Il corpo che vuoi – Alexandra Kleeman

Come una canzone – Luca Giachi

L’arminuta – Donatella di Pietrantonio

La stanza di Therese – Francesco D’Isa

Memoria di ragazza – Annie Ernaux

Cerchi infiniti – Cees Noteboom

Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout

La corsa di Billy – Patricia Neil Warren

Trilogia di New York – Paul Auster

Umami – Laia Jufresa

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Anche June gradisce le ultime letture

 

Grande Era Onirica

Grande Era Onirica

Si dice che siano le malattie del secolo, ansia e depressione. C’è un gran dire “ho l’ansia”, “mi è venuto il panico”, “ho avuto un attacco di panico”; ma quante persone possono davvero dire di essere depresse, di aver sperimentato sulla loro pelle quella sensazione inaspettata e immotivata di paura, quasi di svenimento, di paralisi dell’attacco di panico? Cosa vuol dire essere depressi, e cosa comporta? Per fortuna per loro, la maggior parte delle persone usa questi termini in modo improprio e iperbolico, scambiando un po’ di tristezza e tensione per depressione e disturbo d’ansia.

Se ne sente parlare tanto, ma quando si va più in fondo alla questione viene a galla lo spinoso discorso dei farmaci e dello stigma sociale che questo tipo di malattie comporta.

“Dovrebbe uscire di più, sforzarsi”. “Dovrebbe darsi una calmata”. “Che motivo c’è di essere tristi?”. Il motivo è che quella persona ha un disturbo, una malattia: il suo cervello non riesce a produrre più serotonina, e necessita di medicinali che svolgano questo compito.

Grande Era Onirica, il libro di Marta Zura-Puntaroni, affronta questo argomento con estrema profondità e accuratezza, senza mai cadere nella tentazione di raccontare la situazione mitizzandola.

Ho iniziato a leggerlo in una pigra domenica mattina, e ne sono rimasta completamente avvolta, fino a divorarlo tutto in un giorno. Marta ha 26 anni, vive da sola a Siena, dove ha studiato Lettere e si è laureata in letteratura ispanoamericana. Conduce una vita sregolata, tra un amore quasi irrazionale per un uomo molto più grande, l’Altro, la vita da studentessa, la biblioteca, le sedute dalla psicoterapeuta e un unico grande faro a fare luce costante nella sua vita complicata: l’amicizia con la Ste, nata quasi per caso.

Marta si muove tra sogno, incubo e realtà tra una Grande Era Onirica e l’altra, ovvero tra un momento di crisi e l’altro. Le sue Grandi Ere Oniriche segnano le sue dipendenze e le sue lotte interiori (le sigarette, il Martini, gli psicofarmaci). È un’autolesionista emotiva, Marta; in un continuo salto temporale tra passato e presente ci racconta della sua durissima battaglia con la depressione, l’ansia, il bipolarismo, sempre affiancata da due figure che assumono quasi contorni celestiali: la psicoterapeuta (l’Hippy) e lo psichiatra (lo Junghiano).

Come mai ogni cambiamento mi segna in maniera così irreversibile, mi lascia così priva di energia, ha bisogno di anni per essere assorbito e accettato, perché tutto mi sembra irrecuperabile?

È stata definita la voce di una generazione, quella di Marta Zura-Puntaroni; io personalmente la ritengo la voce coraggiosa di tutti quelli che ogni giorno combattono con i propri mostri interiori, che sanno di cosa parlano quando pronunciano le parole ansia, depressione, psicofarmaci, psichiatra, perché ci sono passati sulla loro pelle. Molto spesso ci si vergogna di parlare liberamente di questo argomento, come se ci fosse differenza tra avere una condizione medica come l’emicrania e una come la depressione. Cosa ci porta a nasconderci, vergognarci, isolarci, seppellirci in casa? Libri come quello di Marta Zura-Puntaroni sono un passo avanti per la consapevolezza collettiva nei confronti di certi temi: per questo dovrebbero essere letti da più gente possibile.

Carlo Levi, un torinese del sud

Carlo Levi, un torinese del sud

Sono passati dieci anni dalla mia laurea triennale in Lettere, eppure oggi che è il 25 aprile mi è venuta voglia di andare a rileggere la mia tesi dell’epoca, dal titolo: L’incontro con l’Altro. Una lettura di Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi.

Questo meraviglioso libro, di cui ho letto ogni analisi critica, ogni parere, recensione, articolo dell’epoca, risente purtroppo di questo titolo un po’ altisonante che solitamente spaventa i lettori. Avevo sostenuto un esame di letteratura italiana contemporanea che, tra gli altri libri da portare, aveva anche Cristo si è fermato a Eboli. È stata una scoperta incredibile.

Per prima cosa, chi era Carlo Levi? No, non era parente di Primo. Era un intellettuale torinese militante antifascista insieme a Piero Gobetti, Emilio Lussu e i fratelli Rosselli, tra gli altri. Aveva studiato medicina, ma non aveva mai esercitato la professione; allievo di Felice Casorati, si era dedicato a tempo pieno alla pittura; insieme ad altri antifascisti negli anni ’30 aveva fondato il movimento Giustizia e Libertà. Per le sue idee e attività politiche nel 1935 venne mandato al confino in Lucania, che all’epoca era tormentata dalla malaria.

Carlo Levi ha raccontato della sua esperienza quasi dieci anni dopo, scrivendo Cristo si è fermato a Eboli durante l’occupazione nazista, mentre si nascondeva a Firenze.

Tutta l’esperienza del confino, durato un anno, viene raccontata con estrema passione: Carlo Levi lascia da subito i panni dell’intellettuale per immergersi nel mondo contadino, con i suoi rituali, le sue credenze, le sue dinamiche. Rendendosi conto della disparità tra il ceto medio, completamente affiliato al fascismo, e i contadini, abbandonati a loro stessi, inizia a dare una mano esercitando il mestiere di medico. In questo modo conosce da vicino questo mondo cristallizzato nel tempo, che ai suoi occhi diventa quasi un archetipo. Stare tra i contadini di Aliano è un modo per ritrovare un’umanità ormai dispersa e Carlo Levi è bravissimo a osservare questo ecosistema con occhio un po’ da antropologo, un po’ da sociologo, un po’ da storico, ma facendosi sempre coinvolgere fino in fondo.

La sua esperienza fu così intensa grazie al suo animo sempre aperto a conoscere, a vivere in prima persona, a fare tesoro di ogni momento; tanto che Levi tornò ad Aliano spesso anche dopo la fine del confino, e infine vi si fece anche seppellire.

Perché ho amato così tanto Cristo si è fermato a Eboli? Perché è a metà tra romanzo e reportage documentaristico; perché ad ogni pagina che leggevo cresceva la sensazione di condividere il modo di pensare di Carlo Levi; perché era stato definito dalla studiosa che più se n’è occupata, Gigliola De Donato, “un torinese del sud”. Un po’ come me, insomma, nata a Torino da genitori pugliesi, cresciuta con suoni, cibi, profumi, racconti e ricordi ambientati tra mare, fichi d’india e ulivi. Sempre e per sempre né davvero torinese, né davvero pugliese, sempre a metà tra la realtà della grande città della Fiat e il mio immaginario arcaico fatto di chianche bianchissime, pomodori messi a seccare, origano profumato e sole abbacinante.

Qualche anno fa sono andata a visitare Aliano, ripercorrendo le orme di Carlo Levi, cercando di sentirlo vicino: è stata un’esperienza meravigliosa.

La terrazza di Carlo Levi nella casa di Aliano
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I calanchi tra Aliano e Alianello

Una vita come tante

Una vita come tante

Quando ho acquistato Una vita come tante non sapevo nulla di questo libro: come mi capita spesso, avevo visto che su Instagram era molto popolare e mi sono lasciata incuriosire. I pochi elementi della trama di cui ero a conoscenza erano: l’ambientazione a New York, il racconto della vita di quattro personaggi appena usciti dall’università. Tutto molto Girls, insomma (una delle mie serie preferite; non ho ancora avuto il coraggio di avvicinarmi alla sesta stagione perché è l’ultima).

Il libro, che è lungo quasi 1100 pagine, scorre in modo incredibile, fino a diventare parte costante dei pensieri di chi lo legge: pur di andare avanti mi sono faticosamente trascinata il suo chilo di cellulosa per mezza città, con la sensazione che avevo ai tempi del liceo quando c’era la versione e portavo il dizionario di greco sottobraccio. Via via che la storia scorre non si riesce a staccarsene: diventa sempre più intensa, dolorosa, quasi da provare dolore fisico, eppure non si riesce a smettere.

Ho letto in metro, sul balcone di casa – godendomi i primi giorni di sole, al bar, al parco, e anche camminando (tra le facce divertite della gente). Sono arrivata al lavoro stanca perché la notte ho continuato a leggere fino a tardi, ma come potevo smettere? Dovevo saperne di più. Durante la giornata il libro stava vicino a me sulla scrivania, in ufficio, in attesa di correre verso la pausa pranzo o di tornare a casa; addirittura, una notte ho sognato i suoi personaggi: mi era successo in passato durante intense sessioni di chiusura per guardare Lost o How I met your mother, ma mai con un libro.

Si può parlare binge-reading, come per le serie tv? Secondo me i parallelismi sono moltissimi.

L’autrice, Hanya Yanagihara, americana di origine hawaiana e coreana, si prende le prime 150 pagine per raccontare bene i suoi personaggi, familiarizzare con loro, farci credere che tutto andrà bene e che sarà il solito romanzo su come crescere voglia dire scendere a compromessi con le proprie aspettative e ambizioni. E invece no, il libro si concentra su tutt’altro.

Jude, Malcom, JB e Willem sono quattro amici talentuosi e inseparabili. Hanno studiato insieme e ora si affacciano al mondo reale. JB è un pittore che vive tra genio e sregolatezza; Malcom un architetto di buona famiglia, il porto sicuro del gruppo; Willem un attore che via via diventa sempre più famoso e di successo. Solo di Jude non si sa molto: è un avvocato, ha dei grossi problemi di salute, non ha famiglia. La sua vita precedente al college è avvolta nel mistero perché anche solo parlarne è troppo doloroso.

Piano piano ci viene svelato tutto, tra continui flashback e ritorni al presente, in un arco temporale che copre trent’anni. Jude è enigmatico, fragilissimo, disilluso, incredulo, inconsolabile, nonostante le attenzioni delicate dei suoi amici, che rispettano i suoi silenzi e i non detti.

La modalità di costruzione del racconto mi ha ricordato molto The OA, la serie tv di Netflix uscita a dicembre: la protagonista ha chiaramente subito un trauma, ma non riesce a parlarne, e chi le sta intorno non può fare altro che adeguarsi ai suoi silenzi e alle sue stranezze; piano piano in qualche modo riuscirà ad aprirsi e a raccontare tutto agli spettatori e ai suoi ascoltatori, che, come nel caso di Jude, sono selezionati accuratamente.

Quello che si chiede Jude è: una vita vissuta nel dolore e nella sofferenza può avere un finale diverso? Non vi resta che leggerlo, se non vi spaventano le grossi moli (io non le amo, ma ho letto tutto in dieci giorni!), ma preparatevi a soffrire, stupirvi, schifarvi, sperare, sospirare di sollievo quando le cose sembrano migliorare.

Ps. il libro è stato subito etichettato come “romanzo gay”, nel tentativo di incasellare sempre tutto. Per me invece è semplicemente una storia di sofferenza, amicizia e amore.

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