Una copertina interessante, un titolo che richiama un grande classico amato quando ero adolescente. Poi leggo la biografia dell’autrice sull’aletta, classe 1984, come me. Dalla foto, mi sembra di conoscerla già, Claudia Durastanti ha il volto di quella che potrebbe essere una mia amica. Inizio a leggere La straniera e ne vengo completamente rapita; stranamente, direi, perché io non amo i memoir, per esempio non amo Annie Ernaux che piace ai più. Ma la scrittura di Claudia Durastanti è veramente qualcosa di più.

Come in una chiacchierata tra amici, quando ci si racconta la propria vita contemplando il mare all’orizzonte o un cielo stellato, a poco a poco ci viene raccontata la storia della sua famiglia: figlia di genitori sordi, che si sono incontrati per caso, nata a New York, cresciuta lì e poi arrivata in un piccolo paese della Basilicata durante le scuole elementari, come a bordo di una navicella spaziale, dal futuro. Le storie dei genitori figli degli anni ’70 e di tutta la libertà e l’instabilità di quel periodo; un grande amore e una grande fine della passione che porta a notevoli squilibri famigliari; l’introversione di Claudia e i suoi modi per scappare dalla realtà trovando conforto nella scrittura e nella lettura; la famiglia numerosa rimasta negli Stati Uniti; un padre complicato; un grande amore nel quale rifugiarsi; le prime dinamiche lavorative.

Il racconto di Claudia (mi viene da chiamarla per nome perché appunto, mi sembra che ormai sia una mia amica) non risparmia niente e nessuno, con un’analisi lucidissima sulla famiglia, sulla disabilità, sull’amore.

Ho ritrovato nella sua scrittura costruita sapientemente ma sempre appropriata, delicata, mai forzata e artificiosa, tanto di Nadia Terranova, quell’aprirsi al mondo senza paura, mettendosi a nudo; la scrittura come atto catartico per comprendere meglio la realtà e farla nostra, una capacità di andare a fondo nelle cose che tanto mi serve in questo periodo in cui tutti parlano parlano e parlano ma perlopiù si rimane sempre in superficie.

Ma quando penso alle somiglianze tra i miei genitori nei pomeriggi malinconici e rabbiosi della loro adolescenza, entrambi isolati, valuto la possibilità che l’incontro tra due persone non abbia a che fare con la predestinazione quanto con una mappa biologica che si rivela mentre ci si innamora l’uno dell’altro e si scopre che c’era un’intelligenza primitiva che governava i nostri corpi ancora prima di incontrarsi, in modo che queste attraversassero città, pareti di cemento e membrane di pelle per entrare in contatto con sostanze simili e sviluppare una forma di resistenza comune, una difesa contro le offese del mondo.

La straniera del titolo è un po’ la mamma di Claudia, straniera in un mondo fatto di parole e di suoni; un po’ è Claudia stessa, straniera in America, straniera in Italia, straniera a Londra, dove risiede da diversi anni. Un bel gioco di specchi e di rimandi tra la vita della mamma, sregolata perché sempre contro le regole, libera e artefice del proprio destino, e quella di Claudia, alla ricerca di equilibrio e di normalità.

Insomma, grazie Claudia per aver condiviso con i tuoi lettori la tua storia.

Mi chiedevo costantemente come si facesse a essere giovane sapendo di esserlo, come mai per certe persone il tempo non fosse mai indietro, un rimpianto e una nostalgia, e neanche un’ansia aggressiva di futuro, ma proprio quel momento.

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