L’ultimo libro del 2018, il primo del 2019: Berta Isla, di Javier Marías, è un vero e proprio romanzo dell’attesa, che fa restare col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Siamo a Madrid negli anni ’60: Berta e Tomás si conoscono a scuola e incominciano una storia  d’amore che durerà tutta la vita, nonostante le avversità che dovranno affrontare insieme. A partire da quando Tomás, di origine inglese, partirà per Oxford per frequentare l’università e verrà coinvolto in uno spietato stratagemma che segnerà tutta la sua esistenza e quella di Berta, portandolo a lavorare per i servizi segreti inglesi.

Inizialmente è Berta che crede di avere un segreto, perché ha perso la verginità con un altro uomo:

Si limitò a serbare quel ricordo come un rifugio, come un luogo sempre più ermetico e distante – ma vagamente rimpianto e privilegiato – cui tornare con il potere della mente, come chi si consola dicendosi che se c’è stato un tempo di spensieratezza e improvvisazione, di frivolezza e capriccio, di sicuro da qualche parte c’è ancora, anche se è difficile tornarci se non con la memoria che si diluisce e con il pensiero immobile che non avanza né retrocede: torna solo sulla stessa scena che si ripete immutabile dal primo all’ultimo particolare, fino ad acquistare le caratteristiche di un dipinto, sempre identico a se stesso, senza sviluppi né mutamenti, in una fissità disperante.

Ma poi Berta e Tomás si sposano e mettono al mondo due figli. Intanto i viaggi di lui all’estero sotto copertura si fanno sempre più frequenti, ma Berta non sospetta niente di suo marito: lo vede malinconico e tormentato, diverso dagli anni dell’adolescenza, ma attribuisce il cambiamento all’età e alla sua scarsa capacità introspettiva. Le cose si complicano quando Berta viene avvicinata da due personaggi equivoci che si fingono colleghi di Tomás dell’ambasciata, che finiscono per minacciare il bimbo neonato di Berta.

Da qui in poi si dipana il vero dilemma di Berta: voler sapere tutto di Tomás e della sua vita, senza poterlo fare. Rimanere insieme a un uomo che riesce a fingere più vite, che probabilmente compie atti riprovevoli durante le sue missioni, ma che comunque ama ancora.

Tra cambi di punto di vista, passando da un narratore onnisciente al racconto prima di Berta e poi di Tomás, Marías ci conduce nei meandri delle elucubrazioni e delle domande senza risposta di Berta Isla, che, come una novella Penelope, perde suo marito per 12 anni senza averne più notizie, ma continua ad aspettarlo.

Ma il fulcro di tutto è l’incomunicabilità, esasperata dalla situazione estrema in cui si trova costretto Tomás; il messaggio che rimane di più è che non importa quanto un amore sia forte: non conosceremo mai fino in fondo la persona amata, forse perché nemmeno lei sa veramente chi sia.

Un romanzo potente e ricco di spunti, che si svolge a cavallo di 30 anni raccontando attraverso il matrimonio di Berta e Tomás anche la storia di quegli anni, i disordini con l’Ulster, la guerra delle Falkland, l’epoca di Margaret Thatcher, il cambio dei costumi e della società. Un romanzo denso, a volte ripetitivo, che rende bene il vorticoso fluire dei pensieri di Berta, la sua ansia, la sua paura, la sua attesa. Più volte, leggendo, mi sono ritrovata a pensare: “Ma dov’è? Perché non le scrive! Vai al punto”, ma in senso buono, perché Marías è riuscito a creare su carta l’attesa di Berta, che conclude dicendo:

E poi si scopre che ci sono lealtà immeritate e fedeltà inesplicabili, persone nei confronti delle quali si è mossi da una determinazione giovanile o addirittura primitiva, e che il primitivismo prevale sulla maturità e sulla logica, sull’odio degli ingannati e sul risentimento.

 

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