E tu splendi

E tu splendi

Tutte le estati era la solita storia: mia madre iniziava a preparare i bagagli settimane prima, invitando anche me e mia sorella a farlo prima possibile. Valigie con le cose per il mare, valigie con le mie cose, con quelle di mia sorella, di mio padre, la sua attrezzatura per andare a pescare i ricci, la valigia di mia madre, la borsa con le cose della nostra gatta Titina, il trasportino con lei dentro, la borsa dei miei libri da leggere e rileggere nelle vacanze.

Mio padre caricava la vecchia Delta grigia (che puzzava sempre di benzina) con l’aiuto di mia sorella, che era abbastanza grande per aiutarlo con i “ragni”, quegli uncini elastici che tenevano insieme tutta la roba che aveva sistemato sul tetto apribile dell’auto. Io, invece, ero piccola e dovevo starmene lontano: “non si sa mai che uno dei ragni ti finisca in un occhio”.

Si partiva da Torino e faceva caldo, caldissimo. Niente aria condizionata; si andava avanti con le bottiglie di acqua che mia madre aveva messo in freezer il giorno prima. La gatta, poverina, miagolava terrorizzata per tutto il viaggio; non mangiava, non beveva, non faceva nessun bisogno. La consolavo accarezzandola.

Si arrivava in Puglia e ogni volta tutto era sempre allo stesso posto: il tavolo di legno della cucina, le sedie scomodissime dall’aria tirolese, che non c’entravano niente. L’odore di grandi biscotti del forno vicino a casa, che aveva impregnato gli scaffali. Le ruote di focaccia mangiate in piedi tutti insieme, con foga. Il grande secchio nel quale mio padre rimestava i fichi d’india nell’acqua con un bastone, per togliere tutte le spine. Lo sgabello verde, i miei giochi ereditati dai miei fratelli, il tempo che scorreva lentissimo, la “controra” in cui faceva troppo caldo per fare qualsiasi cosa che non fosse dormire (ma io leggevo o guardavo la tv con mia sorella – eravamo fortunate gli anni in cui c’erano le Olimpiadi).

Quando arrivavamo al paese, mio padre si trasformava: riponeva i panni da libero professionista di Torino e metteva quelli che amava di più, più autentici. Vecchi pantaloni o calzoncini, camicie di lino di colori improbabili. A volte andavamo insieme a fare le commissioni e parlava in dialetto come se non fosse mai andato via dalla sua terra. Mi portava sul Ciao rosso, io in piedi appoggiata al manubrio.

Cucinava bontà, faceva esperimenti, aggiustava e sistemava cose. Ogni tanto con mia sorella scendevamo nella stanza più interessante della casa, la cantina: era piena di vecchie cose che mi incuriosivano, di bottiglie di vino, vestiti, mobili, vecchi giocattoli.

Avevo una grande amica al paese, che ero sempre impaziente di rivedere. Ogni anno era bello ritrovarsi e confrontarsi, vedere un po’ come eravamo cambiate e cresciute e chi era cresciuta di più e come mai. Passavamo insieme dei pomeriggi bellissimi a giocare e a raccontarci cose, nel resto dell’anno ci mandavamo letterine per tenerci aggiornate. A volte uscivamo (al paese mi era concesso uscire da sola fin da piccolina), andavamo a comprare le patatine al bar Mercurio, o a vedere un paio di negozi di giocattoli.

Ogni anno tornare giù era come tornare alle mie origini più vere, e così è stato leggere il libro di Giuseppe Catozzella, E tu splendi. Mi ha catapultato di nuovo nel microcosmo del paese e di quelle estati, ed è stata una scoperta graditissima e molto intensa. Attraverso gli occhi di un bambino, Pietro, vediamo scorrere le vicende di un gruppo di rifugiati scappati dalla propria terra, che al paese di Pietro, in Basilicata, inizialmente non sono accolti per niente bene. Nel frattempo, Pietro, insieme alla sorellina Nina, sta affrontando la prova più dolorosa a cui un bambino possa sottoporsi, dato che la mamma è morta da poco tempo; ma Pietro se la ricorda bene, e continua a parlarle e a cercare segni della sua presenza, in un modo così delicato e coinvolgente che vi verranno le lacrime agli occhi a leggere certe pagine, ma vi verrà anche tanto da ridere in altri passi, perché la sua ingenuità è veramente simpatica e trascinante.

Nel raccontare la Basilicata e il sud Pietro è un novello Carlo Levi, che, come ho detto altre volte, amo particolarmente (tanto di tesi di laurea!): Pietro, che vive a Milano, osserva le cose con occhio esterno, per poi lasciarsi coinvolgere totalmente nelle vicende del piccolo paese di Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”. Si sente tanto l’eco leviano, ma se in Cristo si è fermato a Eboli l’incontro con l’altro era l’Altro lucano, con il suo microcosmo cristallizzato nel tempo, qui l’incontro e scoperta è al quadrato; tra Pietro, ormai milanese, e il paese, e tra lo stesso Pietro e gli stranieri – e ovviamente tra gli stranieri e tutto il paese – tra il mondo contadino tanto caro a Carlo Levi e i “notabili”, spesso corrotti e in mala fede.

Mi trovavo su una spiaggia a Bali quando ho letto E tu splendi, ma in certi momenti, leggendo di Pietro e del suo amico Refé, di Nina e del papà, mi è sembrato di trovarmi in quelle estati afose delle mia infanzia e mi ha fatto piacevolmente ripensare a piccoli dettagli, ricordi ai quali sono particolarmente legata ma che avevo per un attimo accantonato.

Maggio, giugno e luglio

Maggio, giugno e luglio

Tutte le volte è la stessa storia: mi riprometto di essere costante, di scrivere qualcosa alla fine di ogni libro, ma poi vengo risucchiata dai pensieri e dagli eventi – e niente, non ce la faccio. È stato un maggio rocambolesco, iniziato con il Salone del Libro e il mio compleanno. Quest’anno non sono riuscita a godermi il Salone come avrei voluto, credo fosse il 15esimo di fila che ho vissuto sognando di essere una famosa editor dell’Einaudi, tra feste e presentazioni con autori che amo; ma niente da fare, quest’anno mi sono sentita più invisibile che mai, più timida che mai – a parte il gran bel giro che ho fatto da Fandango: sapete che da loro lavorano persone che hanno davvero una gran passione e un cuore grande grande?

Varrebbe la pena forse di fare un post a parte su alcune riflessioni su questo mondo di book blogger: a volte apro Instagram e mi sento quasi sopraffatta da tutte queste immagini, dalle pose, dalle challenge di lettura, dalle stories. Mi viene la nausea e chiudo tutto, poi passa qualche giorno e torno lì, a vedere libri, a leggere di libri. Spesso mi chiedo però: e se chiudessi tutto? Ha senso tutto questo? Non riuscendo a darmi risposta, continuo. Si vede che è la cosa giusta da fare, forse.

Ma veniamo a noi. Provo a mettere in ordine i pensieri e a scrivere qualcosa sulle ultime letture. Pronti?

Felici i felici + Babilonia, Yasmina Reza

Yasmina Reza è veramente abilissima a tratteggiare caratteri e situazioni, a far capire tutto anche senza scendere nel dettaglio. Felici i felici è una storia corale sotto forma di racconti: ogni personaggio ci dà la sua personale versione dei fatti, dei sentimenti che prova e di ciò in cui crede. Un affresco anche crudele dei rapporti umani e di coppia.

Babilonia invece è raccontato tutto dall’unico punto di vista della sua stravagante protagonista, una donna sui sessant’anni che inizia la serata organizzando una festa e la termina rendendosi complice di un terribile delitto, ma sempre con una certa leggerezza, con ironia e un sarcasmo che sono il marchio di fabbrica dei personaggi di Yasmina Reza. Molto interessanti entrambi.

Le stelle cadranno tutte insieme, Iacopo Barison

Iacopo Barison è davvero una delle voci più promettenti della scena letteraria italiana delle generazioni più giovani: sono rimasta molto colpita dal suo racconto perché non sembrava nemmeno un libro scritto da un italiano. Stile scorrevole e piacevole, si parte indietro nel tempo e poi si va avanti di dieci anni, come piace a me, come in certi libri americani dal sapore cinematografico.

Tre amici legati da un sogno: diventare famosi nel campo dello spettacolo. Un cane dall’insolito nome Cinemascope, un altro cane che si chiama Quattroterzi, la scuola di cinematografia a Roma. Amore, passione, scoperta e dolore in una storia che racconta i sogni e la fatica a trovare il proprio posto nel mondo che caratterizzano un’intera generazione.

Parlarne tra amici, Sally Rooney

Mi viene difficile parlare di questo libro: l’ho veramente amato tanto, immedesimandomi moltissimo nei suoi personaggi e nelle dinamiche incredibili in cui rimangono avvolti. Frances e Bobbi sono due ragazze poco più che ventenni, sono grandi amiche e in passato hanno avuto una relazione; Frances è timida e si fa molto trascinare dalla personalità esuberante di Bobbi. Una sera conoscono Melissa, scrittrice di successo e moglie di Nick, un attore bello e intelligente. Il gioco delle coppie diventa complicato quando Bobbi si invaghisce di Melissa e ne diventa sempre più dipendente, Frances si innamora di Nick e i due iniziano una relazione, prima clandestina e poi alla luce del sole. Un romanzo sull’amore, sullo scoprire se stessi, sulle autopunizioni che prima o poi tutti noi ci infliggiamo per capire di più come siamo veramente. Un romanzo sul tradimento visto al di fuori dei soliti cliché, sull’amicizia, sul dolore, il racconto della nostra generazione (anche se Frances è più giovane di me, mentre Nick ha la mia età). Da leggere, da divorare, da amare.

Tre camere a Manhattan, Georges Simenon

Un uomo e una donna si incontrano una sera a Manhattan, e tra incertezze e difficoltà imparano a conoscersi e ad amarsi come in un film in bianco e nero degli anni ’50. Una relazione che è un ottovolante emotivo, e noi li spiamo come dal buco della serratura. Molto bello.

Divorare il cielo, Paolo Giordano

Una masseria in Puglia, una ragazzina e tre amici – potrebbe essere una sola estate e invece è una storia che si svolge nell’arco di vent’anni. Un grande amore, quello tra Teresa e Bern, delle grandi amicizie, dei grandi ideali per i quali lottare, a volte sacrificando la vita. Non dico di più, perché è un romanzo bellissimo nel quale è proprio necessario immergersi e da cui restare affascinati (cosa darei per conoscere il carismatico Bern in persona).

La bambina falena, Luca Bertolotti

Una strana bambina di tre anni viene ritrovata in pieno autunno su una spiaggia ligure, zuppa d’acqua e incapace di dire da dove venga. Viene adottata da una famiglia, ma, rimasta orfana dei genitori adottivi, quando compie 23 anni decide di mettersi in cerca delle sue origini. Ripercorre così la strada che l’ha portata al mare quel giorno, imbattendosi in bizzarri osti nostalgici della DDR, ragazzini complottisti, un parcheggio di roulotte e soprattutto, una coppia che ha deciso di vivere lontano da tutto e da tutti. Un po’ difficoltoso all’inizio, ma quando si inizia a capire quali siano le origini di Greta, la protagonista, diventa appassionante e coinvolgente.

Beautiful Music, Michael Zadoorian

Anni ’70, pieno periodo hippy, una famiglia composta da padre, madre e un figlio adolescente pieno di paure, e – diciamocelo – pure un po’ sfigato: nel tempo libero costruisce modellini e ascolta musica con lo stereo del padre; ma è quando la sua vita ha una svolta improvvisa che la musica diventa una vera valvola di sfogo, una consolazione, un’amica che gli salva la vita. Un libro che chiunque sia un vero amante della musica amerà, provando molta invidia per il passaggio in cui il protagonista riesce a vedere Iggy and the Stogees dal vivo (a quei tempi).

Purity, Le Risposte, Il Cerchio. In una parola: ansia

Purity, Le Risposte, Il Cerchio. In una parola: ansia

Da quattro anni lavoro coi social media. Sono iscritta a Facebook dal 2007, prima ero iscritta a MySpace, usavo quotidianamente Lastfm e Anobii, e la mia mail di Gmail probabilmente risale al 2006. Ogni giorno, per lavoro e per motivi personali passo sui social metà della mia giornata, e non sono di certo una di quelle persone che li vedono di cattivo occhio; anzi, sono solita rispondere a chi se ne lagna che non potrei farne a meno perché grazie a loro riesco ad avere uno stipendio sicuro.

Detto ciò, quasi per caso negli ultimi mesi ho infilato diversi libri che hanno per argomento i social media e come ci approcciamo a loro. Prima Purity di Jonathan Franzen, poi Le risposte di Catherine Lacey, e per finire Il Cerchio, di Dave Eggers. Risultato: ansia. Ieri sera ho chiuso la quarta di copertina de Il Cerchio e avevo voglia di disattivare tutti i miei account e scomparire nella foresta come in Into the Wild.

Ma veniamo ai libri.

Purity

Finalmente Einaudi l’ha pubblicato in formato tascabile; il mio feticismo dei libri mi impediva di leggerlo con la copertina rigida dei Coralli, visto che possiedo già Le correzioni e Libertà in questo formato (quando uno è malato, è malato). Ho dovuto quindi aspettare un bel po’, ed è stato faticoso, considerato che Franzen è uno dei miei preferiti, coi suoi grandi intrecci e richiami, avanti e indietro nel tempo, personaggi e storie che si inseguono. La protagonista, Purity, è cresciuta senza conoscere il padre, né la sua identità, in ristrettezze economiche, e ha un grande debito universitario da estinguere. Per fare fronte a questo debito inizia a lavorare per il Sunlight Project, per Andreas Wolf, una specie di Julian Assange. Per una serie di circostanze, nemmeno troppo casuali, Purity sarà inglobata in una serie di circostanze più grandi di lei e farà i conti la sua vera storia.

Bello, ma non ai livelli dei precedenti di Franzen.

Le risposte

Apparentemente Le risposte è il più scanzonato dei tre libri, ma in realtà anche qui la trama è una riflessione molto profonda sui sentimenti e l’amore all’epoca dei social, su come appariamo e come vogliamo apparire, con un’atmosfera angosciante che avevo trovato anche in un altro romanzo americano scritto da una giovane donna: Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman. Anche qui atmosfere surreali e in stile Black Mirror ci portano a pensare a quanto i social influenzino i nostri comportamenti e le nostre emozioni.

La protagonista, Mary, è una trentenne squattrinata e afflitta da ogni tipo di malattia psicosomatica, per la quale è necessario il PAKing, una complicata e costosa cura a metà tra fisioterapia e new age. Per poterla pagare è costretta a trovare un altro lavoro, ed è così che inizia ad interpretare la Fidanzata Sentimentale per un esperimento condotto da Kurt, un attore famoso insieme a un team di scienziati. Tra appuntamenti meticolosamente pilotati dagli studiosi, intense sedute di PAKing e racconti del suo passato complicato vediamo complicarsi le cose per Mary, che arriverà a dire:

L’amore è un compromesso per ovviare al fatto che ci è dato di essere una persona sola.

Molto intenso, mi è piaciuto tanto.

Il Cerchio

Mae ha 24 anni ed è appena approdata in una innovativa e futuristica azienda in stile Google e Facebook, il Cerchio. Con l’apparente obiettivo di migliorare il mondo e renderlo un posto migliore, il Cerchio ha in realtà il proposito di controllare e condizionare i cittadini americani, promuovendo l’uso di telecamere per favorire la “trasparenza” e quindi il controllo. Mae rimarrà coerente coi propri valori o aderirà completamente al Cerchio e ai suoi dettami?

Mae, Mae. Ti avessi avuto davanti ti avrei preso a sberle.

Insomma, angoscia, angoscia.

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A chi non è mai capitato di fantasticare sui possibili bivi della propria vita? Se quel giorno fossimo rimasti a casa invece di andare a quella festa; se avessimo accettato quella proposta di lavoro che lì per lì sembrava meno vantaggiosa, e che invece forse avrebbe fatto al caso nostro; se avessimo studiato qualcos’altro, o scelto di fare l’erasmus o di mollare tutto e partire per il giro del mondo. La nostra vita è una, e a meno di decidere di fermarsi e ripartire da zero, non ci è data la possibilità di fare prove generali e di vedere in anticipo come andrebbero le cose.

Bene, anche per le storie, come per la vita, solitamente è così: un arco temporale, un protagonista, una situazione, un intreccio, dei personaggi secondari. Paul Auster, invece, ha voluto cimentarsi con un progetto ben ambizioso: raccontare quattro possibili vite di Archie Ferguson, nato nel 1947 nel New Jersey da genitori di famiglia ebrea. L’inizio del libro è il medesimo per tutti e quattro gli Archie, a mano a mano le diverse situazioni si differenzieranno dando origine a intrecci diversi; in ogni caso ci saranno delle persone verso le quali Ferguson verrà attratto come da una calamita: Amy, Noah, Jim, solo per citarne alcuni. I quattro Ferguson sviluppano caratteri e modi di fare diversi, anche a seconda degli eventi personali che si trovano a fronteggiare, ma in comune hanno tanto: l’amore per lo sport, per lo studio, per la letteratura e la scrittura, le inclinazioni politiche e l’intraprendenza e la curiosità.

Se nella prima metà il romanzo (i romanzi) si concentra sulla famiglia e sull’infanzia di Ferguson, più si va avanti e più diventa chiara quale sia la vera protagonista del racconto, ovvero la storia americana degli anni Cinquanta e Sessanta, che viviamo attraverso gli occhi di Ferguson. Come un novello Forrest Gump o Don Draper, Ferguson diventa il nostro punto di vista privilegiato sulla Storia così intensa di quel periodo: la morte di Kennedy, la guerra fredda, il Vietnam, il femminismo, la lotta per i diritti dei neri, le manifestazioni studentesche nelle università.

Per un appassionato di storia questo libro è un vero tesoro; per un amante della scrittura scorrevole ma corposa, anche. Un libro che è un fiume in piena, con personaggi molto ben delineati, che, certo, richiede qualche sforzo per distinguere le quattro diverse vite e tenere il filo, a volte; un affresco autentico di come deve essere stato crescere a New York in quegli anni in cui il mondo stava cambiando per sempre per poi cambiare ancora altre cento volte: un’opera monumentale e geniale che consiglio assolutamente di leggere.

 

La verità che ricordavo

La verità che ricordavo

Era un pomeriggio afoso di luglio. Seduti sulla Punto bianca, Livio ed io stavamo andando da un cliente. La città era già semivuota, percorrevamo velocemente un grande viale dove le macchine sfrecciavano sull’asfalto caldo. Dopo un serrato scambio di consigli letterari, Livio iniziò a raccontarmi del libro che stava scrivendo, al quale stava lavorando da molto tempo: era la storia di Dino, suo padre, accaduta durante la Seconda Guerra Mondiale; era la storia raccontata ne La verità che ricordavo, che in quel momento era ancora un file nascosto del suo Mac. Da quel momento Dino diventò un grande amico per me. E anche Livio.

Questa storia straordinaria incomincia a Narzole, un paese delle Langhe. Dino ha 17 anni e fa il cameriere nell’osteria di famiglia. Un giorno i fascisti vengono a prendere lui e suo fratello, nonostante non fossero ebrei, e li deportano in Germania. Qui Dino ha la grande fortuna di non finire in un campo di concentramento, ma in un Offizierskasino, un circolo ufficiali delle SS, dove lo prendono a lavorare come sguattero di cucina e cameriere.

Tutto sommato Dino se la passa abbastanza bene, e non ha idea di che cosa stia avvenendo nel resto del mondo e nei campi di concentramento. Lo trattano bene, lui è spaventato e ha solo 17 anni. Dentro di sé inizia a farsi strada un dilemma: cosa pensare dei Tedeschi? In più, c’è un fedele “amico” che compare ogni tanto a sparigliare le carte: un “nano incredibilmente alto” che ama stuzzicare Dino e metterlo in difficoltà.

Perché leggere La verità che ricordavo? Perché è uno splendido romanzo di formazione che è accaduto realmente; perché ci offre un punto di vista diverso sulla Storia, perché è scritto molto bene, perché certe cose non si possono dimenticare e non devono esserlo.

Tornati in agenzia, quel giorno mi arrivò una email da Livio, con oggetto “leggere“. In allegato il racconto di Dino. Da quel giorno ho letto e riletto questa storia tantissime volte, in tantissime forme, consigliando, discutendo, infastidendo (qualche volta), complimentandomi (molto spesso). 

Potete scaricare le prime dieci pagine del libro qui. Intanto vi lascio una piccola pillola della gentilezza d’animo di Dino.

Exit West

Exit West

Quando ho iniziato a cercare profili Instagram che parlassero di libri, tantissimi lettori americani stavano leggendo Exit West di Mohsin Hamid. Copertina scura, titolo scritto di sbieco da un lato con un font che richiamava la pittura. Quando è uscito tradotto da Einaudi l’ho subito comprato; ero molto curiosa, anche per la copertina italiana molto evocativa.

Exit West racconta in modo molto lieve la condizione purtroppo sempre più pressante attuale dei rifugiati di ogni parte del mondo. È ambientato in un ipotetico futuro non troppo lontano, in un imprecisato paese del Medio Oriente (la Siria?), nel quale i giovani Nadia e Saeed si incontrano, si conoscono, si innamorano per poi restare indissolubilmente legati per sempre l’uno all’altra: nel loro paese avanza la guerra, si cerca di sopravvivere evitando posti di blocco, rastrellamenti e perquisizioni.

Cosa può significare avere meno di  25 anni e innamorarsi in un paese devastato dalla guerra? Mohsin Hamid ce lo racconta molto bene: inizialmente i momenti che i due ragazzi vivono insieme, nascosti a casa di Nadia, sono molto intensi, privati, come se la guerra fosse qualcosa di alieno e lontano. Insomma, come quelli di ogni nuova relazione, coinvolgenti, unici, memorabili.

La guerra purtroppo avanza veloce, e anche il ritmo della storia di Nadia e Saeed è costretto ad accelerare: l’unica via è stare insieme, condividere tutto, prendere decisioni importanti velocemente su fatti che normalmente verrebbero considerati con più calma.

Saeed era sicuro di essere innamorato. Nadia non era sicura di cosa provava, ma era sicura che fosse potente. Le circostanze eclatanti, come quelle in cui si trovavano ora in quella città loro due e altri giovani che si erano messi insieme da poco, tendono a suscitare emozioni eclatanti. Inoltre il coprifuoco provocava un effetto simile quello di una relazione a distanza, e si sa che le relazioni a distanza acuiscono la passione, almeno per un po’, così come il digiuno acuisce l’appetito.

Dopo qualche tempo vissuto insieme a casa dei genitori di Saeed, i due scoprono che esistono delle porte speciali attraverso le quali è possibile viaggiare verso ovest, scappare, cercare nuove possibilità. Come in una serie di Netflix, i due ragazzi scoprono come trovarla e si lasciano l’amato paese originario alle spalle, ormai trafitto e devastato dalla guerra.

Arrivati prima in Grecia, poi a Londra, poi a San Francisco, i due sono costretti a vivere di espedienti, confrontandosi con i rifugiati di altre parti del mondo, con il dolore pulsante di non sapere quale sia il proprio posto nel mondo, dell’incomprensibile male che distrugge la propria casa, i propri cari, i ricordi, tutta una vita.

Vivere in due in una situazione così precaria, scappando, nascondendosi, arrangiandosi, metterebbe qualsiasi coppia a dura prova: sentirsi responsabili anche per l’altro, avere idee diverse su come comportarsi, essere scavati dal dolore, dalla stanchezza, dalla disperazione. Presto Nadia e Saeed si ritrovano ad essere più due compagni di viaggio che due amanti; ma il loro viaggio insieme è stato talmente tanto intenso da rimanere per sempre nei cuori e nella mente dell’uno e dell’altra, e ritrovarsi sarà sempre bello, anche a distanza di trent’anni.

Questo libro rapisce, con una scrittura molto particolare, un racconto che non può non colpire e coinvolgere: la condizione dei rifugiati di ogni parte del mondo è un argomento che non può e non deve mai lasciarci indifferenti.

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Paradisi minori

Paradisi minori

Come si fa a non essere attirati da questa meravigliosa copertina verde? Per quanto mi riguarda, ormai NNE è diventata una delle mie case editrici preferite, e guardo con molta curiosità ogni loro uscita. Anche questa volta le mie aspettative sono state confermate.

Come nel caso de Il paradiso degli animali ci viene proposta una raccolta di racconti ambientata negli Stati Uniti. Il fil rouge che lega le storie sono, appunto, gli animali, che accompagnano i personaggi in momenti particolari della propria vita. Devo dire che di questi dodici racconti non ce n’è uno che sia deludente: nei miei viaggi mattutini in tram ho assaporato ogni singola parola. Si passa dal pappagallo che sa riprodurre fedelmente la voce della ormai defunta madre della protagonista, alla cagna di un esperto di birdwatching, alla volontaria alcolista che riesce meglio ad occuparsi dei lemuri che della propria figlia; da una costa all’altra degli Stati Uniti, gli animali sono sempre presenze silenziose e consolatorie di questi racconti.

Un aspetto però mi sembra importante mettere in luce in questa raccolta di Megan Mayhew Bergman: la maggior parte delle storie affronta il tema della maternità in tutte le sue sfumature. C’è chi è incinta perché lo desiderava, chi non riesce ad esserlo, chi lo è ma non sa cosa fare, c’è chi non riesce ad essere una buona mamma, chi ha perso la madre troppo presto.

Voglio fare da madre a tutto il mondo, pensai. Ho così tanto amore dentro.

Dodici storie di donne, di domande, di rimpianti, di scelte; dodici storie che vi consiglio di leggere.

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