La clausola del padre

La clausola del padre

Un figlio che è anche un padre, un padre che è anche un nonno, una sorella che è anche una figlia e non è più una mamma, una fidanzata che è anche una mamma, un ragazzo che non è il ragazzo di nessuno, una figlia che è morta, una mamma che è anche un architetto: i personaggi de La clausola del padre di Jonas Hassen Khemiri sono tutti presentati senza nome proprio, richiamati ogni volta a seconda del loro ruolo nei confronti degli altri personaggi. Sono privi di nome eppure così vividi nelle loro imperfezioni, nella loro sincerità, nei loro pensieri scorretti.

Un papà che è anche un nonno, originario di un altro paese, torna ogni sei mesi in Svezia per non perdere i diritti da cittadino svedese. Ha stipulato con il figlio, che è anche un papà di due bambini, un accordo per il quale ogni volta che torna può abitare lo studio da commercialista del figlio, anche se lo riduce sempre in pessime condizioni, tra blatte e cumuli di spazzatura.

Il figlio è in congedo di paternità, ha una compagna che è un avvocato e ama il proprio lavoro, e vive in preda a un costante bisogno di approvazione da parte di chiunque – complesso dovuto evidentemente alle gravi mancanze inflittegli da suo padre quando era adolescente.

La sorella, che è anche una mamma di un figlio tredicenne che non vive più con lei, ha una carriera brillante e aspetta un figlio da quello che non è il suo ragazzo, ma ancora non sa se tenerlo o meno.

Dieci giorni per stare insieme, sistemare carte, documenti e fare visite e controlli di salute; dieci giorni per capirsi e conoscersi un po’ meglio, anzi, per ri-conoscersi nel ruolo di padri, figli, figlie, madri, fratello e sorella. Dieci giorni per perdonarsi, per scandagliare all’interno di sé, per capire che aspettarsi qualcosa dagli altri è sempre negativo. Dieci giorni per stupirsi di sé e degli altri.

Un ritratto delicatissimo eppure impietoso di una famiglia come tante, fatta di nevrosi e di non detti, di aspettative e di dinamiche complicate: un libro per chi ama le storie corali – la stessa vicenda viene raccontata dai punti di vista diversi dei personaggi – e per chi sente di aver bisogno di capire qualcosa di più su come funziona la famiglia (anche la propria).

 

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La straniera

La straniera

Una copertina interessante, un titolo che richiama un grande classico amato quando ero adolescente. Poi leggo la biografia dell’autrice sull’aletta, classe 1984, come me. Dalla foto, mi sembra di conoscerla già, Claudia Durastanti ha il volto di quella che potrebbe essere una mia amica. Inizio a leggere La straniera e ne vengo completamente rapita; stranamente, direi, perché io non amo i memoir, per esempio non amo Annie Ernaux che piace ai più. Ma la scrittura di Claudia Durastanti è veramente qualcosa di più.

Come in una chiacchierata tra amici, quando ci si racconta la propria vita contemplando il mare all’orizzonte o un cielo stellato, a poco a poco ci viene raccontata la storia della sua famiglia: figlia di genitori sordi, che si sono incontrati per caso, nata a New York, cresciuta lì e poi arrivata in un piccolo paese della Basilicata durante le scuole elementari, come a bordo di una navicella spaziale, dal futuro. Le storie dei genitori figli degli anni ’70 e di tutta la libertà e l’instabilità di quel periodo; un grande amore e una grande fine della passione che porta a notevoli squilibri famigliari; l’introversione di Claudia e i suoi modi per scappare dalla realtà trovando conforto nella scrittura e nella lettura; la famiglia numerosa rimasta negli Stati Uniti; un padre complicato; un grande amore nel quale rifugiarsi; le prime dinamiche lavorative.

Il racconto di Claudia (mi viene da chiamarla per nome perché appunto, mi sembra che ormai sia una mia amica) non risparmia niente e nessuno, con un’analisi lucidissima sulla famiglia, sulla disabilità, sull’amore.

Ho ritrovato nella sua scrittura costruita sapientemente ma sempre appropriata, delicata, mai forzata e artificiosa, tanto di Nadia Terranova, quell’aprirsi al mondo senza paura, mettendosi a nudo; la scrittura come atto catartico per comprendere meglio la realtà e farla nostra, una capacità di andare a fondo nelle cose che tanto mi serve in questo periodo in cui tutti parlano parlano e parlano ma perlopiù si rimane sempre in superficie.

Ma quando penso alle somiglianze tra i miei genitori nei pomeriggi malinconici e rabbiosi della loro adolescenza, entrambi isolati, valuto la possibilità che l’incontro tra due persone non abbia a che fare con la predestinazione quanto con una mappa biologica che si rivela mentre ci si innamora l’uno dell’altro e si scopre che c’era un’intelligenza primitiva che governava i nostri corpi ancora prima di incontrarsi, in modo che queste attraversassero città, pareti di cemento e membrane di pelle per entrare in contatto con sostanze simili e sviluppare una forma di resistenza comune, una difesa contro le offese del mondo.

La straniera del titolo è un po’ la mamma di Claudia, straniera in un mondo fatto di parole e di suoni; un po’ è Claudia stessa, straniera in America, straniera in Italia, straniera a Londra, dove risiede da diversi anni. Un bel gioco di specchi e di rimandi tra la vita della mamma, sregolata perché sempre contro le regole, libera e artefice del proprio destino, e quella di Claudia, alla ricerca di equilibrio e di normalità.

Insomma, grazie Claudia per aver condiviso con i tuoi lettori la tua storia.

Mi chiedevo costantemente come si facesse a essere giovane sapendo di esserlo, come mai per certe persone il tempo non fosse mai indietro, un rimpianto e una nostalgia, e neanche un’ansia aggressiva di futuro, ma proprio quel momento.

Berta Isla

Berta Isla

L’ultimo libro del 2018, il primo del 2019: Berta Isla, di Javier Marías, è un vero e proprio romanzo dell’attesa, che fa restare col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Siamo a Madrid negli anni ’60: Berta e Tomás si conoscono a scuola e incominciano una storia  d’amore che durerà tutta la vita, nonostante le avversità che dovranno affrontare insieme. A partire da quando Tomás, di origine inglese, partirà per Oxford per frequentare l’università e verrà coinvolto in uno spietato stratagemma che segnerà tutta la sua esistenza e quella di Berta, portandolo a lavorare per i servizi segreti inglesi.

Inizialmente è Berta che crede di avere un segreto, perché ha perso la verginità con un altro uomo:

Si limitò a serbare quel ricordo come un rifugio, come un luogo sempre più ermetico e distante – ma vagamente rimpianto e privilegiato – cui tornare con il potere della mente, come chi si consola dicendosi che se c’è stato un tempo di spensieratezza e improvvisazione, di frivolezza e capriccio, di sicuro da qualche parte c’è ancora, anche se è difficile tornarci se non con la memoria che si diluisce e con il pensiero immobile che non avanza né retrocede: torna solo sulla stessa scena che si ripete immutabile dal primo all’ultimo particolare, fino ad acquistare le caratteristiche di un dipinto, sempre identico a se stesso, senza sviluppi né mutamenti, in una fissità disperante.

Ma poi Berta e Tomás si sposano e mettono al mondo due figli. Intanto i viaggi di lui all’estero sotto copertura si fanno sempre più frequenti, ma Berta non sospetta niente di suo marito: lo vede malinconico e tormentato, diverso dagli anni dell’adolescenza, ma attribuisce il cambiamento all’età e alla sua scarsa capacità introspettiva. Le cose si complicano quando Berta viene avvicinata da due personaggi equivoci che si fingono colleghi di Tomás dell’ambasciata, che finiscono per minacciare il bimbo neonato di Berta.

Da qui in poi si dipana il vero dilemma di Berta: voler sapere tutto di Tomás e della sua vita, senza poterlo fare. Rimanere insieme a un uomo che riesce a fingere più vite, che probabilmente compie atti riprovevoli durante le sue missioni, ma che comunque ama ancora.

Tra cambi di punto di vista, passando da un narratore onnisciente al racconto prima di Berta e poi di Tomás, Marías ci conduce nei meandri delle elucubrazioni e delle domande senza risposta di Berta Isla, che, come una novella Penelope, perde suo marito per 12 anni senza averne più notizie, ma continua ad aspettarlo.

Ma il fulcro di tutto è l’incomunicabilità, esasperata dalla situazione estrema in cui si trova costretto Tomás; il messaggio che rimane di più è che non importa quanto un amore sia forte: non conosceremo mai fino in fondo la persona amata, forse perché nemmeno lei sa veramente chi sia.

Un romanzo potente e ricco di spunti, che si svolge a cavallo di 30 anni raccontando attraverso il matrimonio di Berta e Tomás anche la storia di quegli anni, i disordini con l’Ulster, la guerra delle Falkland, l’epoca di Margaret Thatcher, il cambio dei costumi e della società. Un romanzo denso, a volte ripetitivo, che rende bene il vorticoso fluire dei pensieri di Berta, la sua ansia, la sua paura, la sua attesa. Più volte, leggendo, mi sono ritrovata a pensare: “Ma dov’è? Perché non le scrive! Vai al punto”, ma in senso buono, perché Marías è riuscito a creare su carta l’attesa di Berta, che conclude dicendo:

E poi si scopre che ci sono lealtà immeritate e fedeltà inesplicabili, persone nei confronti delle quali si è mossi da una determinazione giovanile o addirittura primitiva, e che il primitivismo prevale sulla maturità e sulla logica, sull’odio degli ingannati e sul risentimento.

 

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L’idiota

L’idiota

Chi mi legge da un po’ l’avrà capito, ormai: di base ho un animo malinconico, nostalgico, di chissà cosa o quando. Ho questa tendenza a ripensare alle cose del passato struggendomi nella sensazione che non torneranno più: non che sia un atteggiamento positivo che mi rende la vita facile, ma così è, ed è bene accettarlo, no? 😊

Tutto questo per dire che, quando vengo approcciata da libri che parlano dell’adolescenza e degli anni dell’università, sento come una calamita che mi attira a loro. Sì, dico “approcciata” perché molto spesso ho la sensazione che siano i libri ad avvicinarsi a me per essere letti, come se mi scegliessero loro. Chiamate la neuro, sì.

Anche questa volta il corso delle cose è stato lo stesso: vedo L’idiota ovunque e mi faccio attrarre dalla quarta di copertina: 18 anni, università, scoperta del mondo. Din din din, bingo!

Selin è nata nel New Jersey da genitori turchi e si è appena iscritta all’università di Harvard. Procede un po’ a tentoni in questa nuova vita, tra coinquiline, scelta dei corsi, attività extra curricolari e nuovi amici. Si iscrive subito a un corso di lingua russa, e lì conosce le due persone che diventano più importanti per lei: Svetlana e Ivan. Con Svetlana instaura subito una sincera amicizia basata sulla complicità e comprensione reciproca. 

Con Ivan, senza nemmeno sapere bene perché, incomincia un rapporto epistolare via email (sono gli anni ’90 e la posta elettronica è una grande novità). Ivan è uno studente ungherese di matematica. È più grande di Selin, per molto tempo le scrive lunghe mail parlando dei massimi sistemi e di letteratura. La conversazione va avanti: Selin studia linguistica e glottologia e condisce le sue mail con riferimenti ai suoi studi, fino a quando un giorno confessa a Ivan di essersi innamorata di lui. I due iniziano a frequentarsi dal vivo, tra telefonate, tira e molla e incomprensioni varie: Ivan ha una fidanzata e vuole che sia chiaro che lui e Selin sono solo amici. 

A questo punto Selin, del tutto “succube” del fascino di questo ragazzo più grande, su suo suggerimento acconsente a partecipare a un programma estivo di insegnamento dell’inglese nelle campagne ungheresi, insieme ad altri studenti. 

Questa la trama, a grandi linee: per quanto nel libro ci siano brani più che godibili, relativi alla vita universitaria, al modo di vivere e sentire le emozioni quando si hanno 18 anni (e chi se li dimentica) e anche degli spunti interessanti relativi alla parte ambientata in Ungheria, questo romanzo a parer mio manca di qualcosa, ma non riesco bene a individuare cosa. Forse si dilunga troppo? Forse apre troppe digressioni sulle materie di studio di Selin e di Ivan (anche se io, da ex studentessa di Lettere con una grande passione per la linguistica, ho goduto a leggere in un romanzo riferimenti alla teoria di Sapir Whorf, avevo gli occhi a cuore). Ho amato Selin, complici anche le tante somiglianze con G., una mia amata compagna di università che purtroppo non sento più da anni. Ho amato Selin perché mi ci sono ritrovata: anche io quando avevo 17-18-19 anni ero bravissima ad invaghirmi sempre di persone irraggiungibili, intellettuali, che mi facevano sempre pensare che alla fine saremmo stati insieme coronando un meraviglioso sogno d’amore, e invece niente, ero solo un’idiota.

Forse è proprio questo il senso della sospensione del romanzo? Il racconto di come le cose vanno in un modo, ci fanno stare male, e non è detto che si risolvano come vogliamo noi. Ho iniziato a scrivere questa recensione pensando che il libro non mi aveva colpito più di tanto, ma via via invece ho capito che il senso è proprio quello: far uscire fuori esattamente come ci si sente a quell’età, quando ci si innamora sempre della persona sbagliata, che a volte ci fa sentire proprio degli idioti.

 

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E tu splendi

E tu splendi

Tutte le estati era la solita storia: mia madre iniziava a preparare i bagagli settimane prima, invitando anche me e mia sorella a farlo prima possibile. Valigie con le cose per il mare, valigie con le mie cose, con quelle di mia sorella, di mio padre, la sua attrezzatura per andare a pescare i ricci, la valigia di mia madre, la borsa con le cose della nostra gatta Titina, il trasportino con lei dentro, la borsa dei miei libri da leggere e rileggere nelle vacanze.

Mio padre caricava la vecchia Delta grigia (che puzzava sempre di benzina) con l’aiuto di mia sorella, che era abbastanza grande per aiutarlo con i “ragni”, quegli uncini elastici che tenevano insieme tutta la roba che aveva sistemato sul tetto apribile dell’auto. Io, invece, ero piccola e dovevo starmene lontano: “non si sa mai che uno dei ragni ti finisca in un occhio”.

Si partiva da Torino e faceva caldo, caldissimo. Niente aria condizionata; si andava avanti con le bottiglie di acqua che mia madre aveva messo in freezer il giorno prima. La gatta, poverina, miagolava terrorizzata per tutto il viaggio; non mangiava, non beveva, non faceva nessun bisogno. La consolavo accarezzandola.

Si arrivava in Puglia e ogni volta tutto era sempre allo stesso posto: il tavolo di legno della cucina, le sedie scomodissime dall’aria tirolese, che non c’entravano niente. L’odore di grandi biscotti del forno vicino a casa, che aveva impregnato gli scaffali. Le ruote di focaccia mangiate in piedi tutti insieme, con foga. Il grande secchio nel quale mio padre rimestava i fichi d’india nell’acqua con un bastone, per togliere tutte le spine. Lo sgabello verde, i miei giochi ereditati dai miei fratelli, il tempo che scorreva lentissimo, la “controra” in cui faceva troppo caldo per fare qualsiasi cosa che non fosse dormire (ma io leggevo o guardavo la tv con mia sorella – eravamo fortunate gli anni in cui c’erano le Olimpiadi).

Quando arrivavamo al paese, mio padre si trasformava: riponeva i panni da libero professionista di Torino e metteva quelli che amava di più, più autentici. Vecchi pantaloni o calzoncini, camicie di lino di colori improbabili. A volte andavamo insieme a fare le commissioni e parlava in dialetto come se non fosse mai andato via dalla sua terra. Mi portava sul Ciao rosso, io in piedi appoggiata al manubrio.

Cucinava bontà, faceva esperimenti, aggiustava e sistemava cose. Ogni tanto con mia sorella scendevamo nella stanza più interessante della casa, la cantina: era piena di vecchie cose che mi incuriosivano, di bottiglie di vino, vestiti, mobili, vecchi giocattoli.

Avevo una grande amica al paese, che ero sempre impaziente di rivedere. Ogni anno era bello ritrovarsi e confrontarsi, vedere un po’ come eravamo cambiate e cresciute e chi era cresciuta di più e come mai. Passavamo insieme dei pomeriggi bellissimi a giocare e a raccontarci cose, nel resto dell’anno ci mandavamo letterine per tenerci aggiornate. A volte uscivamo (al paese mi era concesso uscire da sola fin da piccolina), andavamo a comprare le patatine al bar Mercurio, o a vedere un paio di negozi di giocattoli.

Ogni anno tornare giù era come tornare alle mie origini più vere, e così è stato leggere il libro di Giuseppe Catozzella, E tu splendi. Mi ha catapultato di nuovo nel microcosmo del paese e di quelle estati, ed è stata una scoperta graditissima e molto intensa. Attraverso gli occhi di un bambino, Pietro, vediamo scorrere le vicende di un gruppo di rifugiati scappati dalla propria terra, che al paese di Pietro, in Basilicata, inizialmente non sono accolti per niente bene. Nel frattempo, Pietro, insieme alla sorellina Nina, sta affrontando la prova più dolorosa a cui un bambino possa sottoporsi, dato che la mamma è morta da poco tempo; ma Pietro se la ricorda bene, e continua a parlarle e a cercare segni della sua presenza, in un modo così delicato e coinvolgente che vi verranno le lacrime agli occhi a leggere certe pagine, ma vi verrà anche tanto da ridere in altri passi, perché la sua ingenuità è veramente simpatica e trascinante.

Nel raccontare la Basilicata e il sud Pietro è un novello Carlo Levi, che, come ho detto altre volte, amo particolarmente (tanto di tesi di laurea!): Pietro, che vive a Milano, osserva le cose con occhio esterno, per poi lasciarsi coinvolgere totalmente nelle vicende del piccolo paese di Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”. Si sente tanto l’eco leviano, ma se in Cristo si è fermato a Eboli l’incontro con l’altro era l’Altro lucano, con il suo microcosmo cristallizzato nel tempo, qui l’incontro e scoperta è al quadrato; tra Pietro, ormai milanese, e il paese, e tra lo stesso Pietro e gli stranieri – e ovviamente tra gli stranieri e tutto il paese – tra il mondo contadino tanto caro a Carlo Levi e i “notabili”, spesso corrotti e in mala fede.

Mi trovavo su una spiaggia a Bali quando ho letto E tu splendi, ma in certi momenti, leggendo di Pietro e del suo amico Refé, di Nina e del papà, mi è sembrato di trovarmi in quelle estati afose delle mia infanzia e mi ha fatto piacevolmente ripensare a piccoli dettagli, ricordi ai quali sono particolarmente legata ma che avevo per un attimo accantonato.

Maggio, giugno e luglio

Maggio, giugno e luglio

Tutte le volte è la stessa storia: mi riprometto di essere costante, di scrivere qualcosa alla fine di ogni libro, ma poi vengo risucchiata dai pensieri e dagli eventi – e niente, non ce la faccio. È stato un maggio rocambolesco, iniziato con il Salone del Libro e il mio compleanno. Quest’anno non sono riuscita a godermi il Salone come avrei voluto, credo fosse il 15esimo di fila che ho vissuto sognando di essere una famosa editor dell’Einaudi, tra feste e presentazioni con autori che amo; ma niente da fare, quest’anno mi sono sentita più invisibile che mai, più timida che mai – a parte il gran bel giro che ho fatto da Fandango: sapete che da loro lavorano persone che hanno davvero una gran passione e un cuore grande grande?

Varrebbe la pena forse di fare un post a parte su alcune riflessioni su questo mondo di book blogger: a volte apro Instagram e mi sento quasi sopraffatta da tutte queste immagini, dalle pose, dalle challenge di lettura, dalle stories. Mi viene la nausea e chiudo tutto, poi passa qualche giorno e torno lì, a vedere libri, a leggere di libri. Spesso mi chiedo però: e se chiudessi tutto? Ha senso tutto questo? Non riuscendo a darmi risposta, continuo. Si vede che è la cosa giusta da fare, forse.

Ma veniamo a noi. Provo a mettere in ordine i pensieri e a scrivere qualcosa sulle ultime letture. Pronti?

Felici i felici + Babilonia, Yasmina Reza

Yasmina Reza è veramente abilissima a tratteggiare caratteri e situazioni, a far capire tutto anche senza scendere nel dettaglio. Felici i felici è una storia corale sotto forma di racconti: ogni personaggio ci dà la sua personale versione dei fatti, dei sentimenti che prova e di ciò in cui crede. Un affresco anche crudele dei rapporti umani e di coppia.

Babilonia invece è raccontato tutto dall’unico punto di vista della sua stravagante protagonista, una donna sui sessant’anni che inizia la serata organizzando una festa e la termina rendendosi complice di un terribile delitto, ma sempre con una certa leggerezza, con ironia e un sarcasmo che sono il marchio di fabbrica dei personaggi di Yasmina Reza. Molto interessanti entrambi.

Le stelle cadranno tutte insieme, Iacopo Barison

Iacopo Barison è davvero una delle voci più promettenti della scena letteraria italiana delle generazioni più giovani: sono rimasta molto colpita dal suo racconto perché non sembrava nemmeno un libro scritto da un italiano. Stile scorrevole e piacevole, si parte indietro nel tempo e poi si va avanti di dieci anni, come piace a me, come in certi libri americani dal sapore cinematografico.

Tre amici legati da un sogno: diventare famosi nel campo dello spettacolo. Un cane dall’insolito nome Cinemascope, un altro cane che si chiama Quattroterzi, la scuola di cinematografia a Roma. Amore, passione, scoperta e dolore in una storia che racconta i sogni e la fatica a trovare il proprio posto nel mondo che caratterizzano un’intera generazione.

Parlarne tra amici, Sally Rooney

Mi viene difficile parlare di questo libro: l’ho veramente amato tanto, immedesimandomi moltissimo nei suoi personaggi e nelle dinamiche incredibili in cui rimangono avvolti. Frances e Bobbi sono due ragazze poco più che ventenni, sono grandi amiche e in passato hanno avuto una relazione; Frances è timida e si fa molto trascinare dalla personalità esuberante di Bobbi. Una sera conoscono Melissa, scrittrice di successo e moglie di Nick, un attore bello e intelligente. Il gioco delle coppie diventa complicato quando Bobbi si invaghisce di Melissa e ne diventa sempre più dipendente, Frances si innamora di Nick e i due iniziano una relazione, prima clandestina e poi alla luce del sole. Un romanzo sull’amore, sullo scoprire se stessi, sulle autopunizioni che prima o poi tutti noi ci infliggiamo per capire di più come siamo veramente. Un romanzo sul tradimento visto al di fuori dei soliti cliché, sull’amicizia, sul dolore, il racconto della nostra generazione (anche se Frances è più giovane di me, mentre Nick ha la mia età). Da leggere, da divorare, da amare.

Tre camere a Manhattan, Georges Simenon

Un uomo e una donna si incontrano una sera a Manhattan, e tra incertezze e difficoltà imparano a conoscersi e ad amarsi come in un film in bianco e nero degli anni ’50. Una relazione che è un ottovolante emotivo, e noi li spiamo come dal buco della serratura. Molto bello.

Divorare il cielo, Paolo Giordano

Una masseria in Puglia, una ragazzina e tre amici – potrebbe essere una sola estate e invece è una storia che si svolge nell’arco di vent’anni. Un grande amore, quello tra Teresa e Bern, delle grandi amicizie, dei grandi ideali per i quali lottare, a volte sacrificando la vita. Non dico di più, perché è un romanzo bellissimo nel quale è proprio necessario immergersi e da cui restare affascinati (cosa darei per conoscere il carismatico Bern in persona).

La bambina falena, Luca Bertolotti

Una strana bambina di tre anni viene ritrovata in pieno autunno su una spiaggia ligure, zuppa d’acqua e incapace di dire da dove venga. Viene adottata da una famiglia, ma, rimasta orfana dei genitori adottivi, quando compie 23 anni decide di mettersi in cerca delle sue origini. Ripercorre così la strada che l’ha portata al mare quel giorno, imbattendosi in bizzarri osti nostalgici della DDR, ragazzini complottisti, un parcheggio di roulotte e soprattutto, una coppia che ha deciso di vivere lontano da tutto e da tutti. Un po’ difficoltoso all’inizio, ma quando si inizia a capire quali siano le origini di Greta, la protagonista, diventa appassionante e coinvolgente.

Beautiful Music, Michael Zadoorian

Anni ’70, pieno periodo hippy, una famiglia composta da padre, madre e un figlio adolescente pieno di paure, e – diciamocelo – pure un po’ sfigato: nel tempo libero costruisce modellini e ascolta musica con lo stereo del padre; ma è quando la sua vita ha una svolta improvvisa che la musica diventa una vera valvola di sfogo, una consolazione, un’amica che gli salva la vita. Un libro che chiunque sia un vero amante della musica amerà, provando molta invidia per il passaggio in cui il protagonista riesce a vedere Iggy and the Stogees dal vivo (a quei tempi).

Purity, Le Risposte, Il Cerchio. In una parola: ansia

Purity, Le Risposte, Il Cerchio. In una parola: ansia

Da quattro anni lavoro coi social media. Sono iscritta a Facebook dal 2007, prima ero iscritta a MySpace, usavo quotidianamente Lastfm e Anobii, e la mia mail di Gmail probabilmente risale al 2006. Ogni giorno, per lavoro e per motivi personali passo sui social metà della mia giornata, e non sono di certo una di quelle persone che li vedono di cattivo occhio; anzi, sono solita rispondere a chi se ne lagna che non potrei farne a meno perché grazie a loro riesco ad avere uno stipendio sicuro.

Detto ciò, quasi per caso negli ultimi mesi ho infilato diversi libri che hanno per argomento i social media e come ci approcciamo a loro. Prima Purity di Jonathan Franzen, poi Le risposte di Catherine Lacey, e per finire Il Cerchio, di Dave Eggers. Risultato: ansia. Ieri sera ho chiuso la quarta di copertina de Il Cerchio e avevo voglia di disattivare tutti i miei account e scomparire nella foresta come in Into the Wild.

Ma veniamo ai libri.

Purity

Finalmente Einaudi l’ha pubblicato in formato tascabile; il mio feticismo dei libri mi impediva di leggerlo con la copertina rigida dei Coralli, visto che possiedo già Le correzioni e Libertà in questo formato (quando uno è malato, è malato). Ho dovuto quindi aspettare un bel po’, ed è stato faticoso, considerato che Franzen è uno dei miei preferiti, coi suoi grandi intrecci e richiami, avanti e indietro nel tempo, personaggi e storie che si inseguono. La protagonista, Purity, è cresciuta senza conoscere il padre, né la sua identità, in ristrettezze economiche, e ha un grande debito universitario da estinguere. Per fare fronte a questo debito inizia a lavorare per il Sunlight Project, per Andreas Wolf, una specie di Julian Assange. Per una serie di circostanze, nemmeno troppo casuali, Purity sarà inglobata in una serie di circostanze più grandi di lei e farà i conti la sua vera storia.

Bello, ma non ai livelli dei precedenti di Franzen.

Le risposte

Apparentemente Le risposte è il più scanzonato dei tre libri, ma in realtà anche qui la trama è una riflessione molto profonda sui sentimenti e l’amore all’epoca dei social, su come appariamo e come vogliamo apparire, con un’atmosfera angosciante che avevo trovato anche in un altro romanzo americano scritto da una giovane donna: Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman. Anche qui atmosfere surreali e in stile Black Mirror ci portano a pensare a quanto i social influenzino i nostri comportamenti e le nostre emozioni.

La protagonista, Mary, è una trentenne squattrinata e afflitta da ogni tipo di malattia psicosomatica, per la quale è necessario il PAKing, una complicata e costosa cura a metà tra fisioterapia e new age. Per poterla pagare è costretta a trovare un altro lavoro, ed è così che inizia ad interpretare la Fidanzata Sentimentale per un esperimento condotto da Kurt, un attore famoso insieme a un team di scienziati. Tra appuntamenti meticolosamente pilotati dagli studiosi, intense sedute di PAKing e racconti del suo passato complicato vediamo complicarsi le cose per Mary, che arriverà a dire:

L’amore è un compromesso per ovviare al fatto che ci è dato di essere una persona sola.

Molto intenso, mi è piaciuto tanto.

Il Cerchio

Mae ha 24 anni ed è appena approdata in una innovativa e futuristica azienda in stile Google e Facebook, il Cerchio. Con l’apparente obiettivo di migliorare il mondo e renderlo un posto migliore, il Cerchio ha in realtà il proposito di controllare e condizionare i cittadini americani, promuovendo l’uso di telecamere per favorire la “trasparenza” e quindi il controllo. Mae rimarrà coerente coi propri valori o aderirà completamente al Cerchio e ai suoi dettami?

Mae, Mae. Ti avessi avuto davanti ti avrei preso a sberle.

Insomma, angoscia, angoscia.