Eva e le sue sorelle

Eva e le sue sorelle

La prima cosa che ho fatto quando ho finito di leggere Eva e le sue sorelle è stato cercare su internet che volto avesse Tieta Madia, la sua autrice. Dall’altra parte dello schermo c’era questo sorriso contagioso, questi occhi super espressivi. Una foto con il suo compagno e con sua figlia, Eva.

L’ho cercata perché la storia che racconta nel libro, che è il resoconto della ricerca di un figlio, durata molti anni, è delicatissima e ti fa voler bene a Tieta come a un’amica. Un po’ come diceva Holden riguardo al desiderio di telefonare ai personaggi e farci due chiacchiere. Per fortuna in questo caso autore e protagonista coincidono e quindi le ho scritto su Instagram. Uno scambio veloce, ma davvero a cuore aperto.

Ma veniamo al libro: Tieta ci racconta la sua infanzia, tra i vari compagni dei genitori e i fratelli nati dalle nuove storie di sua madre e suo padre; le prime esperienze con i ragazzi e il primo fidanzato serio, con il quale va a vivere. È ancora molto giovane quando decide di avere un figlio, che le pare la cosa più naturale del mondo, visto che tutti intorno a lei non fanno che riprodursi:

Sono cresciuta convinta che avere figli fosse dunque una condizione consequenziale, tipo: mi crescono i peli sotto le ascelle, mi vengono le mestruazioni, vado al liceo, faccio sesso, ho un figlio. 

C’erano delle mie compagne di classe alle elementari che dicevano che da grandi avrebbero fatto il dentista, perché il loro papà era dentista.

Io dicevo che avrei fatto figli, a otto anni avevo già quattro fratelli.

Dopo un anno di frustranti tentativi andati a vuoto finalmente rimane incinta, ma da qui in poi inizia una lunga strada dolorosa fatta di aborti spontanei, visite, amori impossibili e amori più tiepidi, fino a quando finalmente incontra la persona giusta per lei, Martino.

Dopo tre gravidanze finite prematuramente, finalmente Tieta rimane incinta per la quarta volta, questa volta di Eva. I feti delle precedenti gravidanze erano tutti femmine, da qui il titolo del libro. Ma anche stavolta le cose non vanno precisamente come ci si aspetta: nonostante un lungo ricovero in ospedale, Eva nasce prematura. Tieta si ritrova ad affrontare la sfida più grande di sempre, a sperare, a condividere un’esperienza devastante insieme agli altri genitori dei bambini ricoverati al reparto dei prematuri. Fino a quando un giorno Tieta, Martino ed Eva tornano a casa, insieme, finalmente.

E insomma. Tieta la vorrei come amica, perché da come scrive e come racconta so che avremmo molte cose di cui parlare, da condividere, a partire dal fatto che anche lei, come me, è una copywriter. La vorrei abbracciare per tutte le cose brutte che ha dovuto sopportare e affrontare, ma guardo una sua foto, i suoi occhi che ridono, e allora sono sicura che in un modo o nell’altro andrà tutto bene.

Acqua salata

Acqua salata

A metà tra flusso di coscienza e romanzo di formazione, Acqua salata è il primo romanzo dell’inglese Jessica Andrews ed è una bellissima sorpresa. La 25 enne Lucy molla la vita che aveva sempre inseguito a Londra, tra feste, lezioni universitarie di letteratura, lavori precari come cameriera e si trasferisce nella casa del nonno nel Donegal, Irlanda.

Da qui ripercorre la storia della sua vita in un diario nel quale appunta riflessioni varie, in ordine sparso, rivolgendosi a una seconda persona che in prima battuta non capiamo bene chi sia (ma che si capisce poi essere la madre), e racconta la propria infanzia, il rapporto tra i genitori, coi nonni e come abbiamo deciso di scappare da una piccola cittadina a nord est dell’Inghilterra per correre dietro alle luci di Londra e alle promesse della grande città.

Partiamo dalla madre, l’amatissima madre. Una donna vera, che permea tutta la narrazione. Anche quando non c’è, Lucy la usa come metro di paragone, cerca somiglianze, cerca risposte, trova parti di sé e significati nascosti. Il rapporto con la madre è ottimo, molto saldo, nonostante tutte le difficoltà tra i genitori: il padre è un alcolizzato, una persona instabile e suo malgrado viene presto lasciato dalla moglie.

Sarei sempre stata nella sua orbita, avvicinandomi e allontanandomi, mentre lei controllava silenziosamente le maree, ancorandomi a qualcosa mentre l’universo si espandeva fuggendo sempre più da noi.

Un fratello più piccolo che nasce tra mille difficoltà e si scopre poi essere sordo; un’adolescenza turbolenta come quella di molti di noi, a caccia del proprio io passando da vestiti di dubbio gusto, qualche sbronza, il primo amore, le amiche più fidate.

E infine, il Donegal: la terra dei ritorni della famiglia di Lucy, dove il nonno si ritira alla morte della moglie, e muore lasciando vuota la casa di famiglia. Lucy decide di staccare dalla frenesia di Londra, dai suoi locali alla moda, dal suo sentirsi sempre nel posto sbagliato e si rifugia in una terra fatta di verde e di acqua salata freddissima, nella quale fare bagni che rendono le dita viola e che, alla fine, la fanno sentire davvero viva di nuovo e in contatto con se stessa.

Ho trovato molto interessanti le parti di pura riflessione, con gli appunti di Lucy sugli eventi, sulle sensazioni e le emozioni. Mi sono ritrovata a sottolinearne diverse perché le sentivo davvero mie; a metà tra i personaggi di Sally Rooney, ma con atmosfere un po’ più riflessive, e Fleabag, ma molto meno nel posto sbagliato al momento sbagliato. Molto consigliato.

Spesso di sera, dopo cena, vado al mare. Mi piace camminare per i campi bui senza torcia, invisibile nel mio maglione nero. Le ansie che mi affiorano sottopelle durante il giorno sembrano meno importanti quando guardo la distesa d’acqua, bruna e viscosa come Coca-Cola.

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Giovanissimi

Giovanissimi

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione
Sole che batte sul campo di pallone
E terra e polvere che tira vento
E poi magari piove
Nino cammina che sembra un uomo
Con le scarpette di gomma dura
Dodici anni e il cuore pieno di paura.

L’immagine che mi è venuta in mente spesso mentre stavo leggendo Giovanissimi, secondo romanzo di Alessio Forgione, è questa canzone di De Gregori, La leva calcistica del ’68. Le storie e l’ambiente raccontate da Forgione infatti richiamano tanto di queste atmosfere, dato che Marco, il protagonista, gioca con passione a calcio nella categoria dei Giovanissimi.

All’apparenza la vita di Marco, detto Marocco per i suoi capelli nerissimi e ricci, è simile a quella di tanti adolescenti come lui: la scuola, i votacci, i primi interessi per le ragazze, ovviamente la squadra, le prime canne, e poi il grande amico Lunno, di cui conosciamo solo il soprannome. Lunno è quel genere di amico che tutti noi abbiamo avuto da ragazzini: quello che sembra più grande, che ha già esperienza, che sta sempre un passo davanti a te.

Nella vita di Marocco c’è però una grande ferita: esausta dal rapporto col marito, la madre se n’è andata molti anni prima e l’ha abbandonato senza mai più farsi sentire.

Il libro si dipana tra giornate tutte simili e abbastanza statiche, in cui Marocco si allena, gioca la partita della domenica, vende fumo ai compagni a scuola, va in motorino insieme a Lunno; fino a quando incomincia una storia con Serena, la figura più radiosa di tutto il libro.

Il ragazzo si farà
Anche se ha le spalle strette
Quest’altr’anno giocherà
Con la maglia numero 7

Giovanissimi è una bella storia di solitudine su come si cambia quando si cresce, sulle prese di coscienza, su quanto è bello e doloroso diventare grandi.

Non ho ancora letto il primo romanzo di Alessio Forgione, ma la sua capacità di dire tutto scrivendo poche parole ma ben spese mi ha fatto venire voglia di leggere anche il suo esordio, Napoli Mon Amour.

E fu così che pensai che nel primo ciao che ci si dice è compreso anche l’addio è che l’inizio è solo l’inizio della fine e che ogni incontro non è altro che un lungo abbandono.

I Pionieri

I Pionieri

1989, in un non precisato paese siciliano, chiamato il Paesone, Enrico Belfiore frequenta la prima media insieme all’amico Renato Magenta. I due però non sono i tipici dodicenni: figli di dirigenti del PCI, sono due piccoli comunisti in erba cresciuti nel mito di Togliatti e Berlinguer. Per Enrico e Renato non esistono scarpe da ginnastica alla moda, film americani al cinema, musica dei Duran Duran, ma giacche di velluto, pezzi di De André e riunioni con i Giovani Comunisti.

Ma l’inizio delle scuole medie sono un momento di passaggio strano e pieno di implicazioni: i primi amori e la volontà di essere accettati dagli altri sono questioni delicate che spesso possono far scendere a compromessi con i propri ideali. Ed è proprio quello che succede ad Enrico, con grande disapprovazione di Renato.

Renato è infatti davvero una specie di ultrà comunista, cresciuto nel mito del padre Pietro, ormai morto, uno dei fondatori del PCI del Paesone. Duro e puro, Renato non si piega al capitalismo per piacere agli altri e vorrebbe che anche Enrico facesse lo stesso; ma l’amico si innamora di una compagna di classe, Alessia, figlia della borghesia bene, e fa di tutto per impressionarla e conquistarla. Da qui in poi incominciano i dolori: Enrico si compra un paio di Reebok, si iscrive di nascosto alla squadra di calcio frequentata dai figli dei democristiani, regala ad Alessia compilation dei Duran Duran trafugate alla sorella Chiara, fa comunella coi bulletti della classe allontanandosi sempre di più da Renato.

L’amico però gli vuole bene davvero, anche quando Enrico torna da lui con la coda tra le gambe, alla fine della scuola. Per vari motivi, infatti, Enrico litiga con tutti gli altri compagni di classe e viene escluso. Quando, dopo un furioso litigio coi genitori (che sono a un passo dal divorzio per via dell’intensa carriera politica del padre, complicata dalla Svolta occhettiana) propone a Renato di scappare di casa, inizia la parte più divertente del libro, durante la quale i due si ritrovano sulle orme dei Pionieri, l’antico corpo scout dei Comunisti Italiani, ormai sciolto.

A questo punto si innestano due nuovi elementi ad allargare la combriccola in fuga tra i monti siciliani: il temibile Vittorio Gulino, compagno di classe ripetente che si autoinvita alla spedizione, e Margherita, una ragazzina italoamericana conosciuta per caso, che vive alla base NATO tanto odiata da Renato.

Non voglio dilungarmi di più per non rovinare il finale, ma questo libro mi ha davvero conquistato: le atmosfere anni ’80, gli echi di un’Italia che non c’è più e che mi ricordo anche se ero piccola, i discorsi nostalgici su un comunismo di un’altra epoca che mi hanno fatto tanto sorridere. Tanta ironia, veri sentimenti, il tutto raccontato dal punto di vista di un dodicenne.

Luca Scivoletto è uno sceneggiatore ed è molto bravo a descrivere senza dilungarsi, a far capire senza annoiare, ad andare a fondo delle emozioni. Un esordio che ho amato davvero.

 

Un dolore così dolce

Un dolore così dolce

Vi ricordate com’era il vostro primo amore? Il primo che vi abbia detto “ti amo”, il primo che vi ha tolto il senno, il primo che vi ha fatto sentire adulti? Io sì, molto bene: c’è stato un prima e un dopo quella storia, come dice anche Charlie, il protagonista di “Un dolore così dolce” parlando di Fran, la ragazza che gli ha rubato il cuore.

È l’estate del 1997 e Charlie ha 16 anni. A scuola andava bene, fino a quando la sua famiglia non è completamente andata a rotoli e la mamma è andata a vivere con un altro uomo, portandosi dietro la sorellina Billie. Charlie invece è stato costretto a rimanere a casa con il padre depresso e disoccupato e sta trascorrendo l’estate tra gli amici di sempre e un lavoretto alla pompa di benzina, quando nella sua vita irrompe una presenza inaspettata: Fran Fisher.

Fran e Charlie si conoscono in un prato, per caso: lei fa parte della Compagnia del Bardo, una piccola compagnia teatrale amatoriale che sta mettendo in scena Romeo e Giulietta, di cui lei recita la parte della protagonista. A Charlie del teatro interessa poco o niente, ma pur di rivederla si presenta tutti i giorni alle prove, ormai precettato nel ruolo di Benvolio.

L’esperienza della compagnia teatrale per Charlie non sarà solo un modo di conquistare il primo amore della sua vita, ma anche una scoperta di se stesso e un primo passo verso l’età adulta: qui conoscerà la vera amicizia, la condivisione, il senso di appartenenza, che niente aveva a che fare coi bulletti con cui si accompagnava a scuola. E poi lei, Fran Fisher, in tutta la sua bellezza e simpatia: un personaggio positivo che lo spinge a dare sempre il meglio di sé.

Un libro che vi farà venire nostalgia di quella tardoadolescenza in cui tutti i sentimenti sono amplificati e vissuti col volume al massimo, in cui si crede al per sempre, in cui si scoprono via via parti di noi che nemmeno sapevamo di possedere. Imparare ad amare è un dolore così dolce, straziante, ma necessario. E Nicholls ancora una volta ce lo racconta in modo magistrale.

Diciamo che non volevamo stare con nessun altro, che il tempo non trascorso insieme ci sembrava sprecato, che non riuscivamo neppure a immaginare che le cose potessero cambiare fra noi. C’è un po’ di tutto questo nel mio racconto, non piú di una manciata di pagine, in realtà. Il resto passerà sotto silenzio, il che non vuol dire che l’abbia dimenticato.

A cosa stai pensando

A cosa stai pensando

Ci sono volte in cui abbiamo reazioni improvvise a eventi inaspettati e ripensando all’accaduto non possiamo fare a meno di chiederci come mai ci siamo comportati così. Questa è più o meno la stessa cosa che succede all’inizio di A cosa stai pensando, edito da Miraggi e scritto dalla penna geniale di Marco Lazzarotto.

Michele Barbieri ha 37 anni e vive a Torino. Un giorno, mentre torna a casa dal lavoro, una Panda rischia di investirlo mentre attraversa sulle strisce con il verde. Accecato dallo spavento e dalla rabbia, senza nemmeno rendersene conto prende in mano uno di quei sampietrini di cui abbonda la città e lo lancia nel vuoto, nel tentativo di colpire l’auto. A farne le spese però è un’anziana turista inglese, che viene ricoverata subito in ospedale in gravi condizioni.

Riemerso dalla nube di ira che lo aveva circondato, Michele si rende conto che c’è una ragazza che lo sta riprendendo con il cellulare, ma non ci vuole molto a scoprire chi sia: sui social si chiama MorganaScrive ed è una blogger molto conosciuta. Glielo spiega la sua compagna, Sandra, quando lo accoglie in casa al suo ritorno, ignara che il mostro di cui parla l’ultimo cliccatissimo post di MorganaScrive è proprio Michele, padre di sua figlia Cthulhu (nome scelto con un sondaggio sui social). MorganaScrive è infatti l’acerrima nemica di Sandra, blogger per professione, fondatrice della comunità di mamme MommyNet, che sta cercando l’occasione per sfondare e far fare un salto di qualità alla sua attività.

Da questo momento in avanti, Michele fa di tutto per non farsi scoprire: taglia i lunghi capelli, smette i panni da metallaro e si compra un completo, provocando una crisi nella bambina, che smette di rivolgergli la parola e di guardarlo in faccia. Intanto continua con il suo lavoro in casa editrice come grafico, dove condivide la stanza con il collega Crapanzano, che pare aver capito tutto. La casa editrice pubblica tomi di arte di personaggi sconosciuti ma è famosa sui social per la sua “stanza dei cuccioli” piena di piccoli cani da coccolare, nella quale i dipendenti possono rilassarsi.

Michele però non riesce più a concentrarsi, è ossessionato dalla possibilità di essere scoperto e perché ciò non avvenga si comporta sempre peggio: trascura il lavoro, inizia a flirtare con MorganaScrive, scrive in chat a Sandra e a Crapanzano fingendosi altre persone; sempre più spregiudicato, sempre più in ansia.

Alla fine la spunterà? Si risolveranno i problemi con Sandra, con cui ha una relazione fredda, ormai basata sulla convivenza e basta? E la figlioletta Cthulhu ricomincerà a parlargli, dopo lo shock del cambio di look? Per saperlo, vi consiglio caldamente la lettura di questo romanzo.

A cosa stai pensando è scritto molto bene ed è molto divertente, pur trattando temi importanti come l’impatto della tecnologia e dei social nelle nostre vite: da Sandra a Crapanzano, a Chtulu, a MorganaScrive, tutti i personaggi sembrano completamente in balia di social e messaggistica istantanea, un po’ come tutti noi siamo. E c’è un gran bisogno di libri come questi, che esasperando un po’ la situazione ce la fanno vedere da un’angolazione differente e ci permettono di analizzarla a freddo, facendoci capire che forse stiamo un po’ perdendo il controllo.

(Se ancora non li avete letti, Marco Lazzarotto ha scritto anche Le mie cose e Il ministero della bellezza, entrambi molto divertenti e interessanti)

Qui sotto, io che sfoggio la mia copia del libro, la prima venduta, insieme all’autore, dotato di sampietrino 😉

La clausola del padre

La clausola del padre

Un figlio che è anche un padre, un padre che è anche un nonno, una sorella che è anche una figlia e non è più una mamma, una fidanzata che è anche una mamma, un ragazzo che non è il ragazzo di nessuno, una figlia che è morta, una mamma che è anche un architetto: i personaggi de La clausola del padre di Jonas Hassen Khemiri sono tutti presentati senza nome proprio, richiamati ogni volta a seconda del loro ruolo nei confronti degli altri personaggi. Sono privi di nome eppure così vividi nelle loro imperfezioni, nella loro sincerità, nei loro pensieri scorretti.

Un papà che è anche un nonno, originario di un altro paese, torna ogni sei mesi in Svezia per non perdere i diritti da cittadino svedese. Ha stipulato con il figlio, che è anche un papà di due bambini, un accordo per il quale ogni volta che torna può abitare lo studio da commercialista del figlio, anche se lo riduce sempre in pessime condizioni, tra blatte e cumuli di spazzatura.

Il figlio è in congedo di paternità, ha una compagna che è un avvocato e ama il proprio lavoro, e vive in preda a un costante bisogno di approvazione da parte di chiunque – complesso dovuto evidentemente alle gravi mancanze inflittegli da suo padre quando era adolescente.

La sorella, che è anche una mamma di un figlio tredicenne che non vive più con lei, ha una carriera brillante e aspetta un figlio da quello che non è il suo ragazzo, ma ancora non sa se tenerlo o meno.

Dieci giorni per stare insieme, sistemare carte, documenti e fare visite e controlli di salute; dieci giorni per capirsi e conoscersi un po’ meglio, anzi, per ri-conoscersi nel ruolo di padri, figli, figlie, madri, fratello e sorella. Dieci giorni per perdonarsi, per scandagliare all’interno di sé, per capire che aspettarsi qualcosa dagli altri è sempre negativo. Dieci giorni per stupirsi di sé e degli altri.

Un ritratto delicatissimo eppure impietoso di una famiglia come tante, fatta di nevrosi e di non detti, di aspettative e di dinamiche complicate: un libro per chi ama le storie corali – la stessa vicenda viene raccontata dai punti di vista diversi dei personaggi – e per chi sente di aver bisogno di capire qualcosa di più su come funziona la famiglia (anche la propria).

 

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La straniera

La straniera

Una copertina interessante, un titolo che richiama un grande classico amato quando ero adolescente. Poi leggo la biografia dell’autrice sull’aletta, classe 1984, come me. Dalla foto, mi sembra di conoscerla già, Claudia Durastanti ha il volto di quella che potrebbe essere una mia amica. Inizio a leggere La straniera e ne vengo completamente rapita; stranamente, direi, perché io non amo i memoir, per esempio non amo Annie Ernaux che piace ai più. Ma la scrittura di Claudia Durastanti è veramente qualcosa di più.

Come in una chiacchierata tra amici, quando ci si racconta la propria vita contemplando il mare all’orizzonte o un cielo stellato, a poco a poco ci viene raccontata la storia della sua famiglia: figlia di genitori sordi, che si sono incontrati per caso, nata a New York, cresciuta lì e poi arrivata in un piccolo paese della Basilicata durante le scuole elementari, come a bordo di una navicella spaziale, dal futuro. Le storie dei genitori figli degli anni ’70 e di tutta la libertà e l’instabilità di quel periodo; un grande amore e una grande fine della passione che porta a notevoli squilibri famigliari; l’introversione di Claudia e i suoi modi per scappare dalla realtà trovando conforto nella scrittura e nella lettura; la famiglia numerosa rimasta negli Stati Uniti; un padre complicato; un grande amore nel quale rifugiarsi; le prime dinamiche lavorative.

Il racconto di Claudia (mi viene da chiamarla per nome perché appunto, mi sembra che ormai sia una mia amica) non risparmia niente e nessuno, con un’analisi lucidissima sulla famiglia, sulla disabilità, sull’amore.

Ho ritrovato nella sua scrittura costruita sapientemente ma sempre appropriata, delicata, mai forzata e artificiosa, tanto di Nadia Terranova, quell’aprirsi al mondo senza paura, mettendosi a nudo; la scrittura come atto catartico per comprendere meglio la realtà e farla nostra, una capacità di andare a fondo nelle cose che tanto mi serve in questo periodo in cui tutti parlano parlano e parlano ma perlopiù si rimane sempre in superficie.

Ma quando penso alle somiglianze tra i miei genitori nei pomeriggi malinconici e rabbiosi della loro adolescenza, entrambi isolati, valuto la possibilità che l’incontro tra due persone non abbia a che fare con la predestinazione quanto con una mappa biologica che si rivela mentre ci si innamora l’uno dell’altro e si scopre che c’era un’intelligenza primitiva che governava i nostri corpi ancora prima di incontrarsi, in modo che queste attraversassero città, pareti di cemento e membrane di pelle per entrare in contatto con sostanze simili e sviluppare una forma di resistenza comune, una difesa contro le offese del mondo.

La straniera del titolo è un po’ la mamma di Claudia, straniera in un mondo fatto di parole e di suoni; un po’ è Claudia stessa, straniera in America, straniera in Italia, straniera a Londra, dove risiede da diversi anni. Un bel gioco di specchi e di rimandi tra la vita della mamma, sregolata perché sempre contro le regole, libera e artefice del proprio destino, e quella di Claudia, alla ricerca di equilibrio e di normalità.

Insomma, grazie Claudia per aver condiviso con i tuoi lettori la tua storia.

Mi chiedevo costantemente come si facesse a essere giovane sapendo di esserlo, come mai per certe persone il tempo non fosse mai indietro, un rimpianto e una nostalgia, e neanche un’ansia aggressiva di futuro, ma proprio quel momento.

Berta Isla

Berta Isla

L’ultimo libro del 2018, il primo del 2019: Berta Isla, di Javier Marías, è un vero e proprio romanzo dell’attesa, che fa restare col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Siamo a Madrid negli anni ’60: Berta e Tomás si conoscono a scuola e incominciano una storia  d’amore che durerà tutta la vita, nonostante le avversità che dovranno affrontare insieme. A partire da quando Tomás, di origine inglese, partirà per Oxford per frequentare l’università e verrà coinvolto in uno spietato stratagemma che segnerà tutta la sua esistenza e quella di Berta, portandolo a lavorare per i servizi segreti inglesi.

Inizialmente è Berta che crede di avere un segreto, perché ha perso la verginità con un altro uomo:

Si limitò a serbare quel ricordo come un rifugio, come un luogo sempre più ermetico e distante – ma vagamente rimpianto e privilegiato – cui tornare con il potere della mente, come chi si consola dicendosi che se c’è stato un tempo di spensieratezza e improvvisazione, di frivolezza e capriccio, di sicuro da qualche parte c’è ancora, anche se è difficile tornarci se non con la memoria che si diluisce e con il pensiero immobile che non avanza né retrocede: torna solo sulla stessa scena che si ripete immutabile dal primo all’ultimo particolare, fino ad acquistare le caratteristiche di un dipinto, sempre identico a se stesso, senza sviluppi né mutamenti, in una fissità disperante.

Ma poi Berta e Tomás si sposano e mettono al mondo due figli. Intanto i viaggi di lui all’estero sotto copertura si fanno sempre più frequenti, ma Berta non sospetta niente di suo marito: lo vede malinconico e tormentato, diverso dagli anni dell’adolescenza, ma attribuisce il cambiamento all’età e alla sua scarsa capacità introspettiva. Le cose si complicano quando Berta viene avvicinata da due personaggi equivoci che si fingono colleghi di Tomás dell’ambasciata, che finiscono per minacciare il bimbo neonato di Berta.

Da qui in poi si dipana il vero dilemma di Berta: voler sapere tutto di Tomás e della sua vita, senza poterlo fare. Rimanere insieme a un uomo che riesce a fingere più vite, che probabilmente compie atti riprovevoli durante le sue missioni, ma che comunque ama ancora.

Tra cambi di punto di vista, passando da un narratore onnisciente al racconto prima di Berta e poi di Tomás, Marías ci conduce nei meandri delle elucubrazioni e delle domande senza risposta di Berta Isla, che, come una novella Penelope, perde suo marito per 12 anni senza averne più notizie, ma continua ad aspettarlo.

Ma il fulcro di tutto è l’incomunicabilità, esasperata dalla situazione estrema in cui si trova costretto Tomás; il messaggio che rimane di più è che non importa quanto un amore sia forte: non conosceremo mai fino in fondo la persona amata, forse perché nemmeno lei sa veramente chi sia.

Un romanzo potente e ricco di spunti, che si svolge a cavallo di 30 anni raccontando attraverso il matrimonio di Berta e Tomás anche la storia di quegli anni, i disordini con l’Ulster, la guerra delle Falkland, l’epoca di Margaret Thatcher, il cambio dei costumi e della società. Un romanzo denso, a volte ripetitivo, che rende bene il vorticoso fluire dei pensieri di Berta, la sua ansia, la sua paura, la sua attesa. Più volte, leggendo, mi sono ritrovata a pensare: “Ma dov’è? Perché non le scrive! Vai al punto”, ma in senso buono, perché Marías è riuscito a creare su carta l’attesa di Berta, che conclude dicendo:

E poi si scopre che ci sono lealtà immeritate e fedeltà inesplicabili, persone nei confronti delle quali si è mossi da una determinazione giovanile o addirittura primitiva, e che il primitivismo prevale sulla maturità e sulla logica, sull’odio degli ingannati e sul risentimento.

 

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L’idiota

L’idiota

Chi mi legge da un po’ l’avrà capito, ormai: di base ho un animo malinconico, nostalgico, di chissà cosa o quando. Ho questa tendenza a ripensare alle cose del passato struggendomi nella sensazione che non torneranno più: non che sia un atteggiamento positivo che mi rende la vita facile, ma così è, ed è bene accettarlo, no? 😊

Tutto questo per dire che, quando vengo approcciata da libri che parlano dell’adolescenza e degli anni dell’università, sento come una calamita che mi attira a loro. Sì, dico “approcciata” perché molto spesso ho la sensazione che siano i libri ad avvicinarsi a me per essere letti, come se mi scegliessero loro. Chiamate la neuro, sì.

Anche questa volta il corso delle cose è stato lo stesso: vedo L’idiota ovunque e mi faccio attrarre dalla quarta di copertina: 18 anni, università, scoperta del mondo. Din din din, bingo!

Selin è nata nel New Jersey da genitori turchi e si è appena iscritta all’università di Harvard. Procede un po’ a tentoni in questa nuova vita, tra coinquiline, scelta dei corsi, attività extra curricolari e nuovi amici. Si iscrive subito a un corso di lingua russa, e lì conosce le due persone che diventano più importanti per lei: Svetlana e Ivan. Con Svetlana instaura subito una sincera amicizia basata sulla complicità e comprensione reciproca. 

Con Ivan, senza nemmeno sapere bene perché, incomincia un rapporto epistolare via email (sono gli anni ’90 e la posta elettronica è una grande novità). Ivan è uno studente ungherese di matematica. È più grande di Selin, per molto tempo le scrive lunghe mail parlando dei massimi sistemi e di letteratura. La conversazione va avanti: Selin studia linguistica e glottologia e condisce le sue mail con riferimenti ai suoi studi, fino a quando un giorno confessa a Ivan di essersi innamorata di lui. I due iniziano a frequentarsi dal vivo, tra telefonate, tira e molla e incomprensioni varie: Ivan ha una fidanzata e vuole che sia chiaro che lui e Selin sono solo amici. 

A questo punto Selin, del tutto “succube” del fascino di questo ragazzo più grande, su suo suggerimento acconsente a partecipare a un programma estivo di insegnamento dell’inglese nelle campagne ungheresi, insieme ad altri studenti. 

Questa la trama, a grandi linee: per quanto nel libro ci siano brani più che godibili, relativi alla vita universitaria, al modo di vivere e sentire le emozioni quando si hanno 18 anni (e chi se li dimentica) e anche degli spunti interessanti relativi alla parte ambientata in Ungheria, questo romanzo a parer mio manca di qualcosa, ma non riesco bene a individuare cosa. Forse si dilunga troppo? Forse apre troppe digressioni sulle materie di studio di Selin e di Ivan (anche se io, da ex studentessa di Lettere con una grande passione per la linguistica, ho goduto a leggere in un romanzo riferimenti alla teoria di Sapir Whorf, avevo gli occhi a cuore). Ho amato Selin, complici anche le tante somiglianze con G., una mia amata compagna di università che purtroppo non sento più da anni. Ho amato Selin perché mi ci sono ritrovata: anche io quando avevo 17-18-19 anni ero bravissima ad invaghirmi sempre di persone irraggiungibili, intellettuali, che mi facevano sempre pensare che alla fine saremmo stati insieme coronando un meraviglioso sogno d’amore, e invece niente, ero solo un’idiota.

Forse è proprio questo il senso della sospensione del romanzo? Il racconto di come le cose vanno in un modo, ci fanno stare male, e non è detto che si risolvano come vogliamo noi. Ho iniziato a scrivere questa recensione pensando che il libro non mi aveva colpito più di tanto, ma via via invece ho capito che il senso è proprio quello: far uscire fuori esattamente come ci si sente a quell’età, quando ci si innamora sempre della persona sbagliata, che a volte ci fa sentire proprio degli idioti.

 

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