Appunti in ordine sparso

Appunti in ordine sparso

Si era detto di provarci, vero. La stanchezza prende il sopravvento, i malumori temporanei, e persino la palestra (e chi l’avrebbe mai detto?). Comunque eccoci qui: appunti sparsi e veloci delle mie letture estive.

Umami – Laia Jufresa

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Splendido romanzo: è stato il primo libro della casa editrice Sur che abbia mai letto, e devo dire che mi ha lasciato la curiosità di scoprire tutto il catalogo. Umami è un romanzo corale ambientato a Città del Messico, che intreccia i punti di vista di vari vicini di casa: Ana, dodicenne, per la sua età è sveglissima e molto matura; Alfonso, un antropologo vedovo; Marina, giovane pittrice malinconica; Luz la piccola sorellina di Ana. I personaggi si danno il cambio durante la narrazione, dipingendo un affresco piacevole e lieve, ma anche profondissimo. Consigliatissimo.

La corsa di Billy – Patricia Nell Warren

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Siamo in un campus universitario negli anni ’70, e il professor Harlan Brown si ritrova a intrecciare una relazione amorosa con Billy, uno dei corridori che allena nella squadra dell’università. Tra segreti, racconti del passato, e la disperata ricerca di salvaguardare la propria relazione dalle malelingue e dal bigottismo dell’epoca, Harlan e Billy ce la mettono tutta per portare avanti la propria battaglia per i diritti civili, inseguendo il sogno di poter gareggiare alle Olimpiadi. Storia molto interessante, ma non mi ha entusiasmato il modo di raccontarla, a volte troppo sentimentale.

Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone – Cees Noteboom

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Ho letto questo libro un po’ subito prima e un po’ subito dopo il ritorno dal mio meraviglioso viaggio di agosto in Giappone. Il libro è composto da racconti di viaggio in Sol Levante compiuti un arco temporale di quarant’anni, nei quali cerca di immergersi nella cultura giapponese, ma se ne sente sempre respinto. Non mi ha convinto del tutto, avendo io vissuto un’esperienza giapponese completamente diversa.

L’Arminuta – Donatella di Pietrantonio

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Avrei voluto dedicare a questo libro un post specifico, ma intanto le letture vanno avanti e non riesco mai a farlo. Sicuramente il libro più bello che abbia letto nel 2017, racconta la storia della “ritornata”, l’Arminuta in dialetto abruzzese. In piena adolescenza, senza che ne conosca la vera ragione, la protagonista si trova obbligata a lasciare la casa dei genitori adottivi, amorevole e dotata di ogni comodità, per tornare a casa con la famiglia biologica, in serie difficoltà economiche. Libro doloroso e amaro, che tiene incollati fino all’ultima pagina. Assolutamente da leggere.

Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout

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Il primo libro della Strout che ho letto, racconta dei lunghi giorni in ospedale di Lucy per alcune complicanze legate all’appendicite. In questo momento di difficoltà, lontana dal marito e dalle due figlie piccole, Lucy riceve la visita della madre, che non vedeva da moltissimi anni: ne nascerà un racconto introspettivo della sua infanzia e delle sue vicende della vita adulta. Bello.

Teorema dell’incompletezza – Valerio Callieri

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Libro densissimo, ricco di spunti e di materia, con un grande apparato di riferimenti a fatti storici dell’Italia degli ultimi decenni. Racconta delle vicende di due fratelli che indagano sulla morte del padre, ucciso durante una rapina nel suo bar di Centocelle. Segreti ed eventi strani si intrecciano, mentre fanno da sfondo i fatti di Genova e gli anni della contestazione e della lotta armata. Molto denso e particolare.

Il corpo che vuoi – Alexandra Kleeman

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Primo libro edito da Black Coffee, gran bella casa editrice di Firenze che traduce romanzi e racconti americani. Ho avuto il piacere di conoscere dal vivo l’autrice durante una presentazione alla libreria Therese, qui a Torino, ed è stato veramente piacevole.

Il libro racconta della strana vita di A, e del suo un rapporto molto particolare con la sua coinquilina B, che cerca di imitarla in tutto, fino ad assomigliarle in modo inquietante. A è fidanzata con C, che ama guardare i reality show e poco altro. A, che ha un rapporto difficile e conflittuale con il cibo, a poco a poco romperà sia con B sia con C, finendo per aderire a una strana setta. Leggero e piacevole, Il corpo che vuoi tratta temi molto difficili con una voce tutta particolare e surreale, mi è piaciuto.

Memoria di ragazza – Annie Ernaux

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Dopo aver letto sui social pareri entusiastici su questo libro, l’ho comprato, carica di aspettative: purtroppo non sono state esaudite, perché ho trovato questo racconto delle esperienze di gioventù di Annie Ernaux veramente insopportabile, pieno di autocompiacimento, romanzato, per non dire a tratti patetico.

La stanza di Therese – Francesco D’Isa 

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Geniale: questo libro edito da Tunuè nella collana romanzi mi è davvero piaciuto. Particolarissimo, è inframmezzato da ritagli, disegni, note a margine contenute nelle lettere scritte da Therese e da sua sorella, mentre la prima ha deciso di autoesiliarsi dal mondo intero e di chiudersi in una stanza d’albergo. Intriso di filosofia, La stanza di Therese è veramente un romanzo fuori dal comune.

Ci proviamo?

Ci proviamo?

L’ultimo post è datato 5 maggio: tanto tempo, troppo tempo.

Se penso alla persona che l’ha scritto, mi sembra contemporaneamente diversissima e uguale ad ora. Incredibile: sono sempre io.

Da quel 5 maggio è successo un po’ di tutto: un nuovo lavoro, salutare tutte quelle persone che condividevano con me la vita quotidiana da anni, conoscerne di nuove, capire come porsi nel migliore dei modi, i meccanismi e le dinamiche di un nuovo ecosistema. Non è una cosa da poco: all’inizio ti sembra di camminare sui cristalli, ti muovi adagio e con cautela. Soprattutto quando l’esperienza che hai avuto prima non è stata super positiva a causa di alcune ingenuità commesse fin da subito.

E così ho un nuovo lavoro: in un posto dove non mi sento più l’ultima degli ultimi, dove faccio quello che mi piace. Soprattutto, la sera vado a dormire serena, la mattina ho sempre sonno (sono pur sempre io), ma mi avvio tranquilla sul mio tram, senza stomaco rivoltato e gambe rigide di ansia. Niente più pianti, niente più travasi di bile per ogni minima cosa.

In tutto questo stravolgimento, in questi mesi sono riuscita a leggere poco e male, spesso saltando da un libro all’altro.

Per tanto tempo ho provato a mettere da un lato i libri per poi farne una recensione. E così nel frattempo c’è stato il Salone del Libro, la presentazione con Alexandra Kleeman alla Libreria Therese, la lettura de L’arminuta, un libro meraviglioso, ho perso sei chili, mi sono messa a dieta e a fare sport, ho fatto un viaggio in Giappone che mi ha preso testa e cuore; ma non sono mai riuscita a trovare un po’ di calma e tranquillità per scriverne. Una cosa è certa però: ogni volta che sono stata felice per un successo, o triste, o stanca, sono entrata in libreria per sentirmi accolta, protetta, completamente a mio agio.

Mi piacerebbe riuscire, finalmente, a parlare di tutte le storie di carta che mi sono passate per le mani in questi mesi: ci proviamo? 

Ecco tutti i titoli che mi sono passati per le mani recentemente; se ne parlerà nei prossimi post 😉

Teorema dell’incompletezza – Valerio Callieri 

Il corpo che vuoi – Alexandra Kleeman

Come una canzone – Luca Giachi

L’arminuta – Donatella di Pietrantonio

La stanza di Therese – Francesco D’Isa

Memoria di ragazza – Annie Ernaux

Cerchi infiniti – Cees Noteboom

Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout

La corsa di Billy – Patricia Neil Warren

Trilogia di New York – Paul Auster

Umami – Laia Jufresa

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Anche June gradisce le ultime letture

 

Grande Era Onirica

Grande Era Onirica

Si dice che siano le malattie del secolo, ansia e depressione. C’è un gran dire “ho l’ansia”, “mi è venuto il panico”, “ho avuto un attacco di panico”; ma quante persone possono davvero dire di essere depresse, di aver sperimentato sulla loro pelle quella sensazione inaspettata e immotivata di paura, quasi di svenimento, di paralisi dell’attacco di panico? Cosa vuol dire essere depressi, e cosa comporta? Per fortuna per loro, la maggior parte delle persone usa questi termini in modo improprio e iperbolico, scambiando un po’ di tristezza e tensione per depressione e disturbo d’ansia.

Se ne sente parlare tanto, ma quando si va più in fondo alla questione viene a galla lo spinoso discorso dei farmaci e dello stigma sociale che questo tipo di malattie comporta.

“Dovrebbe uscire di più, sforzarsi”. “Dovrebbe darsi una calmata”. “Che motivo c’è di essere tristi?”. Il motivo è che quella persona ha un disturbo, una malattia: il suo cervello non riesce a produrre più serotonina, e necessita di medicinali che svolgano questo compito.

Grande Era Onirica, il libro di Marta Zura-Puntaroni, affronta questo argomento con estrema profondità e accuratezza, senza mai cadere nella tentazione di raccontare la situazione mitizzandola.

Ho iniziato a leggerlo in una pigra domenica mattina, e ne sono rimasta completamente avvolta, fino a divorarlo tutto in un giorno. Marta ha 26 anni, vive da sola a Siena, dove ha studiato Lettere e si è laureata in letteratura ispanoamericana. Conduce una vita sregolata, tra un amore quasi irrazionale per un uomo molto più grande, l’Altro, la vita da studentessa, la biblioteca, le sedute dalla psicoterapeuta e un unico grande faro a fare luce costante nella sua vita complicata: l’amicizia con la Ste, nata quasi per caso.

Marta si muove tra sogno, incubo e realtà tra una Grande Era Onirica e l’altra, ovvero tra un momento di crisi e l’altro. Le sue Grandi Ere Oniriche segnano le sue dipendenze e le sue lotte interiori (le sigarette, il Martini, gli psicofarmaci). È un’autolesionista emotiva, Marta; in un continuo salto temporale tra passato e presente ci racconta della sua durissima battaglia con la depressione, l’ansia, il bipolarismo, sempre affiancata da due figure che assumono quasi contorni celestiali: la psicoterapeuta (l’Hippy) e lo psichiatra (lo Junghiano).

Come mai ogni cambiamento mi segna in maniera così irreversibile, mi lascia così priva di energia, ha bisogno di anni per essere assorbito e accettato, perché tutto mi sembra irrecuperabile?

È stata definita la voce di una generazione, quella di Marta Zura-Puntaroni; io personalmente la ritengo la voce coraggiosa di tutti quelli che ogni giorno combattono con i propri mostri interiori, che sanno di cosa parlano quando pronunciano le parole ansia, depressione, psicofarmaci, psichiatra, perché ci sono passati sulla loro pelle. Molto spesso ci si vergogna di parlare liberamente di questo argomento, come se ci fosse differenza tra avere una condizione medica come l’emicrania e una come la depressione. Cosa ci porta a nasconderci, vergognarci, isolarci, seppellirci in casa? Libri come quello di Marta Zura-Puntaroni sono un passo avanti per la consapevolezza collettiva nei confronti di certi temi: per questo dovrebbero essere letti da più gente possibile.

Carlo Levi, un torinese del sud

Carlo Levi, un torinese del sud

Sono passati dieci anni dalla mia laurea triennale in Lettere, eppure oggi che è il 25 aprile mi è venuta voglia di andare a rileggere la mia tesi dell’epoca, dal titolo: L’incontro con l’Altro. Una lettura di Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi.

Questo meraviglioso libro, di cui ho letto ogni analisi critica, ogni parere, recensione, articolo dell’epoca, risente purtroppo di questo titolo un po’ altisonante che solitamente spaventa i lettori. Avevo sostenuto un esame di letteratura italiana contemporanea che, tra gli altri libri da portare, aveva anche Cristo si è fermato a Eboli. È stata una scoperta incredibile.

Per prima cosa, chi era Carlo Levi? No, non era parente di Primo. Era un intellettuale torinese militante antifascista insieme a Piero Gobetti, Emilio Lussu e i fratelli Rosselli, tra gli altri. Aveva studiato medicina, ma non aveva mai esercitato la professione; allievo di Felice Casorati, si era dedicato a tempo pieno alla pittura; insieme ad altri antifascisti negli anni ’30 aveva fondato il movimento Giustizia e Libertà. Per le sue idee e attività politiche nel 1935 venne mandato al confino in Lucania, che all’epoca era tormentata dalla malaria.

Carlo Levi ha raccontato della sua esperienza quasi dieci anni dopo, scrivendo Cristo si è fermato a Eboli durante l’occupazione nazista, mentre si nascondeva a Firenze.

Tutta l’esperienza del confino, durato un anno, viene raccontata con estrema passione: Carlo Levi lascia da subito i panni dell’intellettuale per immergersi nel mondo contadino, con i suoi rituali, le sue credenze, le sue dinamiche. Rendendosi conto della disparità tra il ceto medio, completamente affiliato al fascismo, e i contadini, abbandonati a loro stessi, inizia a dare una mano esercitando il mestiere di medico. In questo modo conosce da vicino questo mondo cristallizzato nel tempo, che ai suoi occhi diventa quasi un archetipo. Stare tra i contadini di Aliano è un modo per ritrovare un’umanità ormai dispersa e Carlo Levi è bravissimo a osservare questo ecosistema con occhio un po’ da antropologo, un po’ da sociologo, un po’ da storico, ma facendosi sempre coinvolgere fino in fondo.

La sua esperienza fu così intensa grazie al suo animo sempre aperto a conoscere, a vivere in prima persona, a fare tesoro di ogni momento; tanto che Levi tornò ad Aliano spesso anche dopo la fine del confino, e infine vi si fece anche seppellire.

Perché ho amato così tanto Cristo si è fermato a Eboli? Perché è a metà tra romanzo e reportage documentaristico; perché ad ogni pagina che leggevo cresceva la sensazione di condividere il modo di pensare di Carlo Levi; perché era stato definito dalla studiosa che più se n’è occupata, Gigliola De Donato, “un torinese del sud”. Un po’ come me, insomma, nata a Torino da genitori pugliesi, cresciuta con suoni, cibi, profumi, racconti e ricordi ambientati tra mare, fichi d’india e ulivi. Sempre e per sempre né davvero torinese, né davvero pugliese, sempre a metà tra la realtà della grande città della Fiat e il mio immaginario arcaico fatto di chianche bianchissime, pomodori messi a seccare, origano profumato e sole abbacinante.

Qualche anno fa sono andata a visitare Aliano, ripercorrendo le orme di Carlo Levi, cercando di sentirlo vicino: è stata un’esperienza meravigliosa.

La terrazza di Carlo Levi nella casa di Aliano
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I calanchi tra Aliano e Alianello

Una vita come tante

Una vita come tante

Quando ho acquistato Una vita come tante non sapevo nulla di questo libro: come mi capita spesso, avevo visto che su Instagram era molto popolare e mi sono lasciata incuriosire. I pochi elementi della trama di cui ero a conoscenza erano: l’ambientazione a New York, il racconto della vita di quattro personaggi appena usciti dall’università. Tutto molto Girls, insomma (una delle mie serie preferite; non ho ancora avuto il coraggio di avvicinarmi alla sesta stagione perché è l’ultima).

Il libro, che è lungo quasi 1100 pagine, scorre in modo incredibile, fino a diventare parte costante dei pensieri di chi lo legge: pur di andare avanti mi sono faticosamente trascinata il suo chilo di cellulosa per mezza città, con la sensazione che avevo ai tempi del liceo quando c’era la versione e portavo il dizionario di greco sottobraccio. Via via che la storia scorre non si riesce a staccarsene: diventa sempre più intensa, dolorosa, quasi da provare dolore fisico, eppure non si riesce a smettere.

Ho letto in metro, sul balcone di casa – godendomi i primi giorni di sole, al bar, al parco, e anche camminando (tra le facce divertite della gente). Sono arrivata al lavoro stanca perché la notte ho continuato a leggere fino a tardi, ma come potevo smettere? Dovevo saperne di più. Durante la giornata il libro stava vicino a me sulla scrivania, in ufficio, in attesa di correre verso la pausa pranzo o di tornare a casa; addirittura, una notte ho sognato i suoi personaggi: mi era successo in passato durante intense sessioni di chiusura per guardare Lost o How I met your mother, ma mai con un libro.

Si può parlare binge-reading, come per le serie tv? Secondo me i parallelismi sono moltissimi.

L’autrice, Hanya Yanagihara, americana di origine hawaiana e coreana, si prende le prime 150 pagine per raccontare bene i suoi personaggi, familiarizzare con loro, farci credere che tutto andrà bene e che sarà il solito romanzo su come crescere voglia dire scendere a compromessi con le proprie aspettative e ambizioni. E invece no, il libro si concentra su tutt’altro.

Jude, Malcom, JB e Willem sono quattro amici talentuosi e inseparabili. Hanno studiato insieme e ora si affacciano al mondo reale. JB è un pittore che vive tra genio e sregolatezza; Malcom un architetto di buona famiglia, il porto sicuro del gruppo; Willem un attore che via via diventa sempre più famoso e di successo. Solo di Jude non si sa molto: è un avvocato, ha dei grossi problemi di salute, non ha famiglia. La sua vita precedente al college è avvolta nel mistero perché anche solo parlarne è troppo doloroso.

Piano piano ci viene svelato tutto, tra continui flashback e ritorni al presente, in un arco temporale che copre trent’anni. Jude è enigmatico, fragilissimo, disilluso, incredulo, inconsolabile, nonostante le attenzioni delicate dei suoi amici, che rispettano i suoi silenzi e i non detti.

La modalità di costruzione del racconto mi ha ricordato molto The OA, la serie tv di Netflix uscita a dicembre: la protagonista ha chiaramente subito un trauma, ma non riesce a parlarne, e chi le sta intorno non può fare altro che adeguarsi ai suoi silenzi e alle sue stranezze; piano piano in qualche modo riuscirà ad aprirsi e a raccontare tutto agli spettatori e ai suoi ascoltatori, che, come nel caso di Jude, sono selezionati accuratamente.

Quello che si chiede Jude è: una vita vissuta nel dolore e nella sofferenza può avere un finale diverso? Non vi resta che leggerlo, se non vi spaventano le grossi moli (io non le amo, ma ho letto tutto in dieci giorni!), ma preparatevi a soffrire, stupirvi, schifarvi, sperare, sospirare di sollievo quando le cose sembrano migliorare.

Ps. il libro è stato subito etichettato come “romanzo gay”, nel tentativo di incasellare sempre tutto. Per me invece è semplicemente una storia di sofferenza, amicizia e amore.

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Le nostre anime di notte

Le nostre anime di notte

Dopo aver letto Benedizione, invece di continuare con la Trilogia della Pianura, sempre di Kent Haruf, sono stata attirata come da una calamita da Le nostre anime di notte.

Complice il successo di questo libro, la gioia di vedere finalmente ai primi posti in classifica un’opera edita da una casa editrice indipendente e nata da poco, una copertina ammaliante, un titolo che evoca chiacchierate ed emozioni.

Divorato in pochi giorni. Lo stile di Haruf è sempre diretto ed essenziale, e poche parole bastano a raccontare una storia: una qualità che mi ha sempre affascinato di certi scrittori americani, una caratteristica che avrei sempre voluto fare mia ogni volta che mi sono messa con penna e cuore in mano a scrivere.

Le nostre anime di notte è il romanzo della fine: Haruf, ormai anziano e malato, sa che non gli rimane molto tempo. La sua scrittura corre veloce a raccontare come Addie, 70enne vedova, un giorno decide di attraversare la strada e andare a bussare a Louis, che abita nella casa di fronte ed è anche lui vedovo.

Per anni i due si sono incontrati sul vialetto, una vita vissuta vicini, ma senza sapere molto gli uni degli altri; ma Addie si fida istintivamente di Louis, e decide di fargli una bizzarra proposta: ti andrebbe di venire a dormire da me la sera, e parlare?

Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore non trovi?

E come due adolescenti che parlano davanti al portone di casa in una sera d’estate, notte dopo notte Addie e Louis si conoscono meglio, si innamorano, si completano.

Non tardano ad arrivare i problemi, però: la comunità di Holt, il piccolo paese in cui sono ambientati tutti i libri di Kent Haruf, non riesce ad adattarsi alla notizia della relazione tra i due; il figlio di Addie in particolare è contrario.

Scritto in quarantacinque giorni, un capitoletto al giorno, Le nostre anime di notte è un piccolo capolavoro che Haruf ha dedicato alla moglie Cathy, prima di morire di cancro. Intenzionato a raccontare la storia di una coppia – lui e Cathy – che trascorre le notti a parlare e a completarsi, è uno splendido regalo d’amore per la sua compagna di vita.

ps. amo la cura che NNE mette in ogni suo libro: la nota finale del traduttore, la pagina di descrizione sul sito, la playlist e, come ho già detto per Il paradiso degli animali, la quarta di copertina in cui si spiega a chi potrebbe piacere il libro. Bravi!

La vegetariana

La vegetariana

Ho scovato questo libro in una delle mie bancarelle di fiducia di via Po: in perfette condizioni, costava la metà ed era uno dei titoli che nell’ultimo periodo mi avevano incuriosito. In parte forse per la copertina color pastello, il fiore candido con quell’accenno di porpora e l’incipit che faceva pensare ai libri di Murakami.

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno.

L’autrice, Han Kang, coreana, si avventura nel racconto di come Yeong-hye diventi vegetariana dopo aver fatto un angoscioso sogno, e dell’impatto drammatico che questa decisione avrà su tutta la sua famiglia. Yeong-hye non è semplicemente diventata vegetariana, ma ha via via assunto comportamenti sempre più strani e particolari, fino ad arrivare all’autolesionismo. La storia si dipana in tre atti raccontati da tre punti di vista diversi: nel primo parla in prima persona il detestabile marito di Yeong-hye, che si accorge subito delle stranezze della moglie e chiama in soccorso la sorella e i suoi genitori. Nel secondo il protagonista è il marito di In-hye, la sorella della vegetariana, artista infatuato di Yeong-hye. Nel terzo l’autrice si concentra sul punto di vista di In-hye e sui suoi sforzi per aiutare la sorella.

Benché le atmosfere siano quelle un po’ oniriche e immaginifiche di Murakami, che io amo molto, questo libro mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca: il primo capitolo mi ha fatto pensare che si andasse in un’altra direzione, poi però la storia ha preso un’altra piega e non ha, a parer mio, ben spiegato e concluso, come se nell’ultima parte stesse andando di fretta e non approfondisse adeguatamente il racconto delle parti precedenti.

Insomma, mi sa che stavolta mi sono fatta fregare da una bellissima copertina.