Quando ho iniziato a cercare profili Instagram che parlassero di libri, tantissimi lettori americani stavano leggendo Exit West di Mohsin Hamid. Copertina scura, titolo scritto di sbieco da un lato con un font che richiamava la pittura. Quando è uscito tradotto da Einaudi l’ho subito comprato; ero molto curiosa, anche per la copertina italiana molto evocativa.

Exit West racconta in modo molto lieve la condizione purtroppo sempre più pressante attuale dei rifugiati di ogni parte del mondo. È ambientato in un ipotetico futuro non troppo lontano, in un imprecisato paese del Medio Oriente (la Siria?), nel quale i giovani Nadia e Saeed si incontrano, si conoscono, si innamorano per poi restare indissolubilmente legati per sempre l’uno all’altra: nel loro paese avanza la guerra, si cerca di sopravvivere evitando posti di blocco, rastrellamenti e perquisizioni.

Cosa può significare avere meno di  25 anni e innamorarsi in un paese devastato dalla guerra? Mohsin Hamid ce lo racconta molto bene: inizialmente i momenti che i due ragazzi vivono insieme, nascosti a casa di Nadia, sono molto intensi, privati, come se la guerra fosse qualcosa di alieno e lontano. Insomma, come quelli di ogni nuova relazione, coinvolgenti, unici, memorabili.

La guerra purtroppo avanza veloce, e anche il ritmo della storia di Nadia e Saeed è costretto ad accelerare: l’unica via è stare insieme, condividere tutto, prendere decisioni importanti velocemente su fatti che normalmente verrebbero considerati con più calma.

Saeed era sicuro di essere innamorato. Nadia non era sicura di cosa provava, ma era sicura che fosse potente. Le circostanze eclatanti, come quelle in cui si trovavano ora in quella città loro due e altri giovani che si erano messi insieme da poco, tendono a suscitare emozioni eclatanti. Inoltre il coprifuoco provocava un effetto simile quello di una relazione a distanza, e si sa che le relazioni a distanza acuiscono la passione, almeno per un po’, così come il digiuno acuisce l’appetito.

Dopo qualche tempo vissuto insieme a casa dei genitori di Saeed, i due scoprono che esistono delle porte speciali attraverso le quali è possibile viaggiare verso ovest, scappare, cercare nuove possibilità. Come in una serie di Netflix, i due ragazzi scoprono come trovarla e si lasciano l’amato paese originario alle spalle, ormai trafitto e devastato dalla guerra.

Arrivati prima in Grecia, poi a Londra, poi a San Francisco, i due sono costretti a vivere di espedienti, confrontandosi con i rifugiati di altre parti del mondo, con il dolore pulsante di non sapere quale sia il proprio posto nel mondo, dell’incomprensibile male che distrugge la propria casa, i propri cari, i ricordi, tutta una vita.

Vivere in due in una situazione così precaria, scappando, nascondendosi, arrangiandosi, metterebbe qualsiasi coppia a dura prova: sentirsi responsabili anche per l’altro, avere idee diverse su come comportarsi, essere scavati dal dolore, dalla stanchezza, dalla disperazione. Presto Nadia e Saeed si ritrovano ad essere più due compagni di viaggio che due amanti; ma il loro viaggio insieme è stato talmente tanto intenso da rimanere per sempre nei cuori e nella mente dell’uno e dell’altra, e ritrovarsi sarà sempre bello, anche a distanza di trent’anni.

Questo libro rapisce, con una scrittura molto particolare, un racconto che non può non colpire e coinvolgere: la condizione dei rifugiati di ogni parte del mondo è un argomento che non può e non deve mai lasciarci indifferenti.

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